La parola e il linguaggio: così uguali, così diversi.

(di Dario Villasanta)

‘La parola è la componente fondamentale del linguaggio. Senza padronanza delle parole, non si può formulare un linguaggio.’ Questa è l’opinione generale di chi si occupa di letteratura. Ma io contesto, almeno in parte.

Sì, contesto, perché non è veramente così che funziona. Possiamo mettere insieme le parole meglio  che possiamo in ogni situazione, ma il linguaggio, beh, quello è un’altra cosa. Provate a dire ‘tranquillo’ a Milano e poi ditelo a Roma: a Roma lo prenderanno come insulto per tradizioni ‘linguistiche’, chiamiamole così, che al nord non esistono (“Tranquillo è morto male: è morto pijandolo in c**o e con la moje putt**a!”). Eppure la parola è la stessa: ‘tranquillo’. Ma l’effetto è diverso.

Ci sarebbero mille esempi di questo tipo basandoci sui regionalismi, ma la verità è più complessa – come d’altronde tutte le verità – e cioè che il linguaggio è composto anche dal tono, dal registro e altre componenti, anche gestuali, che ne determinano il significato, o più precisamente la percezione di chi lo legge. Molti si ricorderanno il grammelot di Dario Fo, un linguaggio composto da tutto fuorché la parola: erano versi, gestualità, timbri e intonazioni, ma il significato si comprendeva benissimo.

Soprattutto oggi, in epoca di social, di post su Facebook, di tweet e affini, crediamo sia importante parlarne, se non altro per ‘aggiornarci. Prendiamo ad esempio i giovani: usano le nostre stesse parole, ma hanno un ‘alfabeto’ diverso e per questo a volte risulta complicato capirli davvero. È come con la musica: per esempio, Horowitz (Vladimir, non Michael eh?) non avrebbe suonato ugualmente bene Bach invece che Beethoven, o viceversa, eppure le note sarebbero le stesse per tutti gli esecutori.

Non è così, miei cari: come la musica non è solo uno spartito, il linguaggio è un insieme di fattori che ne determinano la percezione, l’emotività;  la parola invece è altra cosa.  Di certo è il ‘mattone’ per costruire il linguaggio, ma non tutto. Infatti non è un caso che se scriviamo un post su Facebook di oltre tre righe, dieci persone capiscono dieci cose diverse. Ma c’è un modo per far capire ai più quello che vogliamo dire? E la narrativa che posto ha in tutto questo?

La risposta è subordinata per obbligo a un secondo quesito: a che mi serve avere un linguaggio? Per chi devo averlo?

Il nostro parere è che si debba adattare il linguaggio narrativo al tempo in cui viviamo, ma troppo spesso è il contrario. Evito esempi di intellettuali o sedicenti tali che vivono felici sui loro piedistalli, che ‘rileggono’ sempre un libro invece di leggerlo per la prima volta, come fanno tutti; ma non posso dimenticare chi, giustamente, dice che non dobbiamo per forza livellare la preparazione verso il basso – come ad esempio fanno con la scuola da qualche anno – solo per avere più lettori/ascoltatori/spettatori. Quindi?

Quindi, adesso dobbiamo affrontare la terza, ma fondamentale, domanda che dobbiamo porci: cos’è il linguaggio? (Lo so, sono partito dalla fine, ma forse è meglio così, nda)

Quindi il dibattito è aperto: la differenza tra parola e linguaggio sta ai vostri interventi, e a quelli di persone che, ci perdonerete, hanno qualche titolo in più per parlarne perché vivono questa differenza lavorando, e non perché hanno ricevuto una corona regale in eredità da non si sa quale pulpito, ma esercitando un ruolo culturale importante ogni giorno. Perciò non è fondamentale che siano personaggi famosi oppure no. D’altronde, il linguaggio è obbligatoriamente materia di tutti, nel bene e nel male.  Diamo pertanto inizio a questo viaggio, e speriamo che, oltre a imparare tutti noi qualcosa, ci divertiremo anche. Noi ci proviamo.

NOTA: sappiamo benissimo che sono stati scritti trattati sull’argomento, noi non vogliamo sostituirci agli studiosi, bensì aiutare a divulgare ciò che sappiamo portandolo a più persone possibile la nostra esperienza quotidiana con il linguaggio. E per ‘noi’, intendo chi scriverà in questa rubrica. Buona parola a tutti!

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