#errata-corrige Pt.10,11 e 12 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco la prima puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntate #10 #11 #12

«Sì», rispose l’uomo all’altro capo del telefono.

«Ma con chi sto parlando?», chiese con un filo di voce dal quale traspariva una sorta di timore o insicurezza.

Ermes non poté far a meno di notare il tremolio della voce e cercando di non farsi trascinare nel gorgo di una conversazione imbarazzante cercò di fornire quante più informazioni possibili per ristabilire quella complicità e consonanza che aveva caratterizzato il loro primo, e unico, incontro.

«Sono Lazzari. Ermes Lazzari», disse, e il tono della sua risposta e l’aver anteposto e ripetuto due volte il suo cognome lo fecero sorridere. Nella sua mente balenò per un istante l’immagine di lui in smoking che sorseggiava un Vodka-Martini “agitato” e non “mescolato”, mentre, con gesto misurato ma sicuro, dichiara un nove a chemin de fer, lasciando basito il Banco e attirando gli sguardi ammirati e vogliosi delle due bionde sedute a fianco.

«Lazzari. Chi?», rispose Moretti disarcionando Ermes dalla sua fantasia da agente segreto.

«Ermes. Forse non ti ricordi. In effetti sono già passati, quanto? Tre anni? Ci siamo conosciuti a Torino, durante il Salone del Libro. Io all’epoca lavoravo per la casa editrice del commendator Strozzi», si premurò di aggiungere Ermes.

Un silenzio imbarazzante calò su quella claudicante conversazione.

«Cavolo! Ma certo che mi ricordo», esclamò Moretti.

Ermes tirò un lungo sospiro di sollievo. Aveva sempre odiato quelle situazioni e detestava dover proseguire lungo quel sentiero accidentato e fornire indizi che aiutassero il suo smemorato conoscente a orientarsi durante il cammino.

«Sono già passati tre anni? Non ci posso credere», aggiunse cercando di recuperare terreno e di ripescare ricordi dalla sua offuscata memoria.

«A cosa devo questa telefonata?», lo incalzò immediatamente. Il tono della sua voce si era adesso fatto sicuro e spavaldo.

Ermes notò il cambio di registro e considerò la prima impressione che aveva avuto come un’errata e frettolosa valutazione o piuttosto come il frutto della sua indecisione, motivata più dalla ragione che lo aveva spinto a rispolverare quel numero di telefono che da una reale preoccupazione del suo interlocutore.

Ermes rifletté rapidamente cercando di abbozzare una qualche sceneggiatura in grado di fargli condurre quella telefonata e di non farlo apparire come un questuante all’uscita di una chiesa.

«Tu non ci crederai», esordì.

«Ma stavo rassettando i libri sulla scrivania e mi sono trovato tra le mani una vecchia agenda. L’ho iniziata a sfogliare e d’un tratto mi sono trovato di fronte al tuo numero di telefono», disse. Avrebbe potuto certamente inventare una scusa più plausibile. Ma per quello, forse, era necessario un altro bicchiere di vino che avrebbe stimolato il suo lato da “cazzaro”.

«Incredibile!», rispose Moretti con un tono che dichiarava apertamente il suo scetticismo rispetto alla versione di Ermes.

«Prima hai usato l’imperfetto riferendoti alla casa editrice di quel cafone di Strozzi. Non lavori più per conto di quel buzzurro?», chiese Moretti.

“Minchia! Non ti sfugge nulla!”, pensò tra sé e sé Ermes.

“Cosa avrebbe dovuto rispondere adesso? Poteva confessare che quell’agenda non era saltata fuori per un caso fortuito, ma solo perché l’aveva disperatamente cercata e perché, di fatto, era stato messo alla porta con un sonoro calcio in culo dal raffinatissimo commendator Strozzi?”.

«Non più», si limitò a rispondere sperando di non dover fornire, al momento, ulteriori dettagli.

«Hai fatto benissimo a lasciarlo. E dove lavori adesso?», chiese Moretti.

“Che cazzo gli dico ora?”, rimuginò Lazzari.

«Ti dirò», esordì, «ho deciso di svincolarmi solo da qualche settimana e al momento sto guardandomi in giro per cercare di trovare una buona opportunità», rispose.

“La verità rende liberi”, pensò tra sé e sé, contento di essere uscito da quel labirinto tortuoso di menzogne che lo stava inghiottendo.

«A questo proposito», aggiunse decidendo di giocare ormai a carte scoperte, «pubblichi ancora quei magnifici saggi e le edizioni critiche?».

Una risata inaspettatamente sguaiata ferì l’orecchio di Ermes.

«Questa è la prova di tutti gli anni trascorsi», disse Moretti.

«Perché dici questo?», chiese Ermes turbato dalla reazione di Edgardo e incerto circa l’esito che si aspettava da quella telefonata.

«Scusa! Hai ragione. Forse ti devo una spiegazione», disse Moretti.

«No! Che c’entra. Non mi devi alcuna spiegazione. Ricordo però che andavi molto fiero del tuo catalogo», disse Ermes cercando di stemperare la sua crescente tensione.

«Diciamo che io e la mia casa editrice abbiamo scelto di aprirci alle masse», replicò Moretti.

«Che cosa intendi dire?», domandò Ermes, in preda adesso ad una crescente curiosità.

«Intendo dire che abbiamo rivoluzionato la nostra offerta editoriale. Adesso pubblichiamo gli instant books di giovani youtubers e romanzi scritti da opinionisti televisivi e influencers. E la vuoi sapere una cosa? I nostri conti non sono mai stati così in salute. Adesso non devo più tremare quando mi arriva la telefonata del commercialista. Non è incredibile?», disse Moretti condendo quella spiegazione con un’altra risata.

Il tono della sua voce richiamò alla mente di Ermes il volto del commendatore e la cosa lo infastidì abbastanza.

«Ma piuttosto. Ti andrebbe di lavorare per me?», chiese Edgardo quasi anticipando la richiesta di Ermes.

Ermes era spiazzato. La sua incertezza era palpabile, evidente. D’un tratto, i suoi valori e i suoi principi deontologici avevano cominciato a fare a pugni con il saldo del suo conto in banca e con il suo stile di vita.

“Non era forse la ricerca di un lavoro che lo aveva spinto a chiamare Edgardo? E allora che aspettava a dire di sì e a completare in bellezza quella serata, magari unendosi anche lui al coro di risa della nuova editoria”.

«Ti ringrazio, Edgardo. Non ti nascondo che speravo di poter lavorare nella tua casa editrice», rispose Ermes stringendo i denti e la sua coscienza.

«E allora è fatta! Sentiamoci con calma tra un paio di giorni. Per te va bene?», disse Moretti.

«Perfetto! Grazie ancora Edgardo. Ci sentiamo presto», rispose Ermes.

«A te lo posso dire, Ermes», aggiunse Edgardo.

«Cosa?», chiese Ermes incuriosito da quella confidenza finale.

«Se “avrei” continuato a pubblicare solo saggi a quest’ora mi trovavo in mezzo a una strada», dichiarò Moretti.

Ermes si morse il labbro, trattenendosi dall’intervenire, poi biascicò un «ti capisco benissimo», quindi interruppe la conversazione.

#11

Lasciò cadere l’agenda sul tavolo e ritornò in cucina rimuginando sul senso e sull’esito di quella conversazione. Si versò un altro bicchiere di Rosso di Mombrione e questa volta ne poté assaporare in pieno tutte le sfumature. Il tempo passato nella ricerca della rubrica e nella discussione con Edgardo avevano permesso a quel nettare rosso di respirare definendone in pieno il carattere e la corposità. Ermes non poteva dire lo stesso per ciò che riguardava il suo umore che appariva più confuso e incerto di quanto non fosse prima di decidere di contattare Edgardo. Il suo animo era combattuto. In fondo non aveva motivo di considerarsi insoddisfatto. Il primo tentativo di risollevare la sua situazione sembrava essere andato a buon fine. Non aveva dovuto nemmeno chiedere. Il lavoro si era presentato da solo. Non gli restava che aspettare un paio di giorni, magari continuando a guardarsi intorno senza la pressione della necessità e mantenendo una certa capacità di contrattazione, poi le cose si sarebbero sistemate e il suo vecchio lavoro sarebbe stato solo un pessimo ricordo da dimenticare.

“No! Non poteva di certo lamentarsi”, ripeté a se stesso.

E allora che cosa lo angustiava e incupiva il suo sguardo. Qualcosa in quella telefonata lo aveva turbato. Ripensò alla prima conversazione che aveva avuto con Moretti tre anni prima e mentalmente la comparò a quella appena conclusa. Solo il timbro della voce sembrava essere rimasto lo stesso, mentre tutto il resto non sembrava appartenere alla medesima persona che aveva attirato la sua attenzione e che aveva destato in lui curiosità e interesse. Nelle sue orecchie risuonava ancora quella risata sguaiata condita con una dose abbondante di auto-compiacimento. Era stata quella mistura che gli aveva probabilmente inferto il colpo di grazia.

Adesso Ermes ne era certo. Era stato proprio in quel momento che il suo animo aveva mutato rotta e che il suo moderato ottimismo era stato messo al tappeto.

Certo, la scelta di Edgardo non era economicamente contestabile e rispondeva pienamente ai canoni della razionalità imprenditoriale. Ermes non poteva negare l’evidenza. Il fatto era che quella trasformazione, e la soddisfazione non solo economica che ne era derivata, faceva sentire Ermes in difetto. O, comunque, depotenziava la sua scelta di voltare le spalle al commendatore Strozzi.

“Veramente ti ha licenziato lui”, si corresse inconsciamente.

Ma la sostanza delle cose non cambiava. La dinamica del suo licenziamento rimaneva solo un dettaglio temporale. In fondo, la ragione per il quale si era recato in ufficio quella mattina era quella dettata dalla spinta eroica di mandare affanculo il principale. Era stata solo una questione di tempo e di educazione. Ma la sostanza delle cose non cambiava. Ermes continuava a ripeterselo per farsi forza o solo per convincersi. Era indeciso se considerare quell’argomentazione un valore non negoziabile o soltanto una pietosa bugia.

Optò per la prima opzione. Si era sempre battuto per la qualità della cultura ed era questo un punto fermo dal quale Ermes non intendeva recedere.

Nonostante i tentativi di rinforzare la sua autostima, la sensazione di essere una sorta di Don Chisciotte continuava a opprimerlo e ad alimentare un dubbio amletico.

Avrebbe dovuto o no accettare la proposta di Edgardo?

 Decise di sospendere il giudizio e di riflettere attentamente sulla questione. Il tempo non gli mancava. Avrebbe sfruttato i due giorni che Edgardo aveva richiesto per sciogliere le sue riserve o per pensare ad una scusa dignitosa e credibile. Svuotò in un solo sorso il calice.

«Se avrei…», ripeté a bassa voce, «Ma come cazzo si può? È una maledizione quella del congiuntivo», concluse.

Diede un’occhiata all’orologio appeso al centro della parete, segnava le quattro. Aveva ancora un pomeriggio davanti. Cosa avrebbe potuto fare? Escluse la possibilità di tentare di contattare un altro potenziale datore di lavoro. Preferiva non rischiare e l’esperienza con Edgardo lo aveva esacerbato a sufficienza.

“Forse dovrei chiamare Sabina”, pensò. Ma si trattò di un pensiero fugace che preferì scacciare non facendo mistero della sua vigliaccheria. Sapeva che non avrebbe potuto prolungare ulteriormente quella agonia e che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontarla.

Prudentemente considerò che il “poi” era, al momento, la scelta migliore.

Si versò un altro bicchiere di vino e decise di spostarsi in soggiorno sedersi sulla poltrona, leggere e lasciare che le parole lo trascinassero dentro una storia più coinvolgente e lineare rispetto alla sua. Lo sguardo cadde sul pacco adagiato sul tavolo. Anche quella era una questione in sospeso.

«Una tra le tante», disse a mezza voce.

Senza pensarci su troppo lo prese e lo aprì. Il contenuto sembrava essere particolarmente delicato. Era protetto con una certa cura da un riquadro di millebolle. Ermes lo spacchettò e solo a fatica rinunciò alla tentazione di far scoppiare ogni singola bollicina di quella pellicola. Una sorta di guanto ipertecnologico si palesò alla sua vista. Ricordava di aver già visto qualcosa del genere. Assomigliava in tutto e per tutto a quello che aveva visto indossato dal commendatore. Istintivamente sul suo viso si disegnò un’espressione di disgusto.

Un cavetto fuoriusciva dal guanto terminando con una normale presa usb. Ermes lo rigirò qualche istante tra le mani quindi lo ripose sul tavolo. All’interno del pacco c’era un piccolo libretto di istruzioni e una lettera.

Ermes lasciò perdere la brochure e si limitò a leggere la breve lettera di presentazione.

Lo scritto assomigliava in tutto e per tutto a quelle fintamente cordiali lettere di benvenuto: trasudava gentilezza e buoni sentimenti, pur mantenendo uno stile sobrio e stranamente deciso.

 

Benvenuto sulla Piattaforma,

da oggi anche tu potrai essere parte del nostro grande progetto. Per cambiare la società abbiamo bisogni anche di te. Il tuo parere è importante, fondamentale. Forse prima d’ora nessuno te lo aveva chiesto. Ma adesso, partecipando ai nostri dibattiti e esprimendo le tue preferenze potrai essere, finalmente, un attore del cambiamento.

Cambiare il mondo non è un gioco, né tantomeno uno scherzo e per questo chiediamo il tuo impegno e un uso costante e responsabile di questo prezioso strumento.

Da oggi siamo in contatto. Da oggi anche tu fai parte della Piattaforma.

«Ma va a cagare!», esclamò Ermes lasciando cadere il foglio sul tavolo e uscendo dalla cucina.

Si sedette sulla sua poltrona e decise di mettere in atto il suo piano originario. Posò il calice di vino sul tavolinetto e iniziò a sfogliare uno dei libri che aveva lasciato in sospeso. In un attimo si trovò catapultato in un castello sui Carpazi. Aveva già letto Le Braci di Sándor Márai, e non solo una volta. Ma amava il suo stile e decise di lasciarsi trasportare in quella atmosfera mitteleuropea. Le parole scorrevano fluide e con esse i pensieri di Ermes sembravano essersi acquietati.

Uno scampanellio forsennato seguito da robuste manate alla porta lo fece trasalire e per poco non rischiò di fargli inondare il libro con il vino. La paura, infatti, gli aveva fatto letteralmente saltare dalle mani il calice che aveva terminato la sua corsa sul pavimento andando in frantumi.

«Apri, Ermes. Lo so che sei in casa. Sei proprio uno stronzo. Lo sai questo, è vero?».

«Cazzo! Sabina. E adesso?», disse Ermes.

#12

Rimase immobile sulla poltrona. Un’umida macchia rossa si espandeva sui pantaloni e la cosa non era certo di aiuto per la sua dignità.

Fingersi morto!

Era questa l’unica soluzione che al momento gli veniva in mente. Si rese conto di aver tirato troppo la corda, di aver rimandato a lungo un chiarimento e quello che era nato come un semplice screzio nato da un fraintendimento si era trasformato in un conflitto planetario. La veemenza con la quale Sabina stava richiamando l’attenzione accanendosi sulla porta d’ingresso non lasciavano adito a dubbi.

«So che ci sei. Fingerti morto non ti servirà a nulla. Apri questa cazzo di porta!», urlò Sabina chiudendo l’avvertimento con una interminabile scampanellata.

Ermes rinunciò a proseguire in quella fallimentare mimetizzazione. Si alzò di scatto dalla poltrona e si diresse come un soldato di fanteria lanciato alla carica contro il nemico verso la porta. Calpestò ciò che restava del calice, polverizzandolo. Il rumore di quei cocci che cedevano sotto il peso del suo piede gli apparve come la perfetta metafora della sua vita e del suo futuro prossimo.

Deglutì e facendosi forza aprì la porta presentandosi a Sabina con un sorriso che nel suo piano alternativo avrebbe dovuto smorzare i toni della discussione.

La porta cigolò. Sabina si fiondò all’interno dell’appartamento senza aspettare l’apertura completa dell’uscio.

«Togliti quel sorriso da deficiente dalla faccia», lo liquidò Sabina.

Ermes non se lo fece ripetere due volte.

«Scusa, Sabina. Hai perfettamente ragione. Avrei dovuto…», esordì Ermes cercando di giocare di anticipo, almeno questa volta.

«Ora tu stai zitto e lasci parlare me». Sabina bloccò sul nascere il gioco di rimessa di Ermes.

“Non c’era nulla da fare”, pensò tra sé e sé Ermes, “non era proprio in grado di guidare una discussione”. Il suo destino era quello di essere un gregario e la cosa contribuì a indebolire ulteriormente le sue difese.

«Ero convinta che avessi preso sul serio la nostra storia. Che tenessi a me e al nostro rapporto. Evidentemente mi ero sbagliata. Non ti fai sentire da due giorni. Non rispondi alle mie telefonate. Tieni il cellulare staccato. Guarda che se non hai intenzione di rivedermi è sufficiente che tu me lo dica. Pensavo fossi una persona matura e responsabile. Mi accorgo solo adesso che sei solo un adolescente e pure un grandissimo stronzo».

Sabina aveva scaricato addosso un’intera raffica di accuse. Ermes giaceva esangue al centro del soggiorno, inebetito e incapace di opporre alcuna reazione.

Le contestazioni che Sabina gli aveva mosso contro avevano un fondamento. Il suo silenzio era ingiustificato. Ma in cuor suo teneva a quella storia. Ci teneva tantissimo. Era arrivato al punto di considerarlo amore e non semplicemente una storia seria. Ma come spesso ripeteva ai suoi collaboratori valutando i manoscritti in attesa di una possibile pubblicazione: forma e sostanza devono camminare insieme. E questo principio, e lo stava scoprendo proprio in quel momento, si applicava non solo alla selezione di un libro, ma anche alla vita. E nel suo caso sentiva di aver fallito in entrambe.

Sabina gli volto le spalle e si diresse verso l’uscita.

«Ero venuta per dirti soltanto questo. Vaffanculo, Ermes!», disse afferrando la maniglia e aprendo la porta.

«Ti amo, Sabina!», esclamò Ermes. La frase era balzata fuori all’improvvisò. Ermes l’aveva udita distintamente, sebbene non riuscisse a credere che fosse stato proprio lui a pronunciarla.

Sabina si arrestò sulla soglia.

«Hai perfettamente ragione. Mi sono comportato da vero stronzo», aggiunse.

Sabina sbuffò. Continuava a dargli le spalle, ma adesso aveva sospinto indietro la porta richiudendola.

«Non continuare a darmi ragione. Sai benissimo che non lo sopporto. Sembra quasi che mi voglia accontentare. E non sono venuta qui per avere un semplice contentino», disse.

Poi, non concedendo ad Ermes la possibilità di replicare si voltò di scatto fissandolo dritto negli occhi.

«Ripeti quello che hai detto!»

«Hai perfettamente ragione! Mi sono comportato da vero stronzo», disse Ermes.

«Vaffanculo!», replicò Sabina.

Ermes non riuscì a trattenere un sorriso. Nel soggiorno soffiava adesso solo una leggera brezza, capace ancora di scompigliare i capelli, ma non pericolosa per tentare una traversata.

«Ti amo», ripeté Ermes, facendo rotta con passo ancora incerto verso Sabina.

«Sai che non ti perdonerei se solo mi accorgessi che mi stai prendendo in giro, vero?», rispose Sabina accogliendolo tra le sue braccia.

«Non ci penso proprio a prenderti in giro. Non credo di potermi permettere una porta nuova», rispose Ermes, stringendola a sé.

Le labbra di Sabina si rivelarono un porto sicuro. Come spinti dal ritmo incalzante di una danza tribale si spostarono in camera da letto. I vestiti si dispersero conquistando ogni angolo della stanza. I loro corpi si muovevano all’unisono. Il battito dei cuori e il ritmo della respirazione erano sempre più frenetici. La loro intesa era perfetta. Al culmine di quell’amplesso ogni nuvola si era diradata e ogni preoccupazione sembrava essersi dissolta.

«Ti devo più di una spiegazione», disse Ermes, interrompendo un silenzio idilliaco.

«Perché ci tieni così tanto a rovinare tutto», lo ammonì Sabina, condendo la frase con una leggera risata.

«Lo sai che sono un campione di frasi sbagliate al momento sbagliato. Detengo anche il record mondiale», si schernì Ermes.

«Ma adesso parlo sul serio. Ti devo più di una spiegazione», proseguì Ermes, sollevandosi e appoggiando la schiena sulla testata del letto.

«Se proprio non puoi farne a meno. Dimmi tutto», rispose Sabina girandosi sul fianco e aspettando la confessione di Ermes.

«La ragione per la quale non ti ho chiamato…»

«…e perché sei uno stronzo. Questo lo avevo già capito», disse Sabina in tono scherzoso.

«Così non mi rendi le cose facili, però», la riprese Ermes.

«Scusa. Hai perfettamente ragione», replicò Sabina non nascondendo una sfumatura di sarcasmo.

Ermes le rivolse un’occhiata sorniona prima di riprendere la parola.

«La ragione è che ho perso il mio posto di lavoro. Il commendatore mi ha liquidato questa mattina. Avevamo avuto una discussione accesa ieri e non ti nascondo che se non mi avesse licenziato lui ero fermamente intenzionato a dimettermi. Non era un rapporto che poteva continuare», disse Ermes, considerando mentalmente l’inopportunità di quella frase conclusiva.

Sabina rimase in silenzio.

«Cavoli, Ermes! Mi dispiace, ma vedrai che tutto si sistemerà. Avresti dovuto chiamarmi, invece. A questo punto non so se perdonarti o incazzarmi nuovamente», disse Sabina con un tono che si era fatto serio.

Ermes udì un tuono in lontananza.

«E poi…», se doveva affrontare una burrasca tanto valeva liberarsi di ogni inutile zavorra.

«E poi? C’è dell’altro? Sei un fiume in piena», disse Sabina.

«Il motivo che mi ha spinto a tenere il telefonino spento è che sono stato letteralmente bombardato dai messaggi da parte di quel cazzo di Piattaforma. È stato snervante. L’unico modo per difendermi era quello di staccare il cellulare»,

«Ancora con questa storia. Ma non starai esagerando?»

«Niente affatto! La colpa è di quella testa di cazzo di Gianfranco. È stato lui a trascinarmi dentro questa grandissima rottura di coglioni», disse Ermes sentendosi finalmente libero.

«Ma dai, Ermes. È stato solo uno scherzo. E poi non c’è nulla di male in questa Piattaforma», aggiunse.

«Lo difendi pure. Adesso sono io che non so se perdonarti o incazzarmi», replicò Ermes.

«E come se non bastasse, oggi una specie di fattorino buzzurro mi ha consegnato un pacco inviatomi dai vostri amici della Piattaforma».

«Ti è arrivato anche il kit?», chiese Sabina.

«Sì», rispose Ermes indispettito.

Sabina scoppiò a ridere.

«Non ci vedo proprio nulla di spiritoso», la riprese Ermes.

«Ma è fantastico! Lo hai già provato?», chiese Sabina.

«Ma stai scherzando? Non ci penso proprio. La prima cosa che farò domattina è buttarlo via. Vaffanculo, Gianfranco, il kit e la Piattaforma», concluse Ermes rimettendosi sotto le lenzuola e avvicinandosi a Sabina.

La musica tribale riprese a suonare ad un ritmo sempre più incalzante fino a quando entrambi non crollarono esausti in un sonno sereno accarezzati da una morbida e delicata risacca.

Una lama sottile di luce si fece largo tra gli oscuri della finestra della camera da letto distribuendo il suo tepore all’interno della stanza.

Un leggero pizzicore alla mano sinistra interruppe il sonno di Ermes. In realtà era come se tutto il braccio fosse intorpidito e attraversato da un fastidioso formicolio.

“Un infarto”, pensò Ermes trasalendo e aprendo gli occhi e cercando di orientarsi in quella penombra che, tuttavia, aveva qualcosa di inusuale, di insolito.

Provò ad articolare qualche movimento ma era come se qualcosa gli impedisse di stringere il pugno.

Una voce metallica proveniente dal pavimento lo fece sobbalzare.

«Benvenuto sulla Piattaforma! Da questo momento può partecipare ai dibattiti ed esprimere il suo voto. Insieme cambieremo il mondo».

«Ma che cazzo succede?», disse Ermes sollevandosi e riprendendo coscienza.

Il movimento aveva fatto capovolgere il portatile e provocato un frastuono all’interno della camera.

Si voltò di scatto.

Sabina era già uscita. Sul cuscino aveva lasciato solo un biglietto.

Ci sentiamo più tardi. Divertiti con il tuo nuovo giocattolo.

Sabina

La mano sinistra di Ermes continuava a formicolare. Ogni tanto un led lampeggiava in corrispondenza dell’indice. Il guanto la avvolgeva fino al polso.

Ermes lo strappò via con un gesto di stizza.

Rimase in silenzio con uno sguardo dal quale traspariva incertezza e fastidio.

La voce metallica ripeteva ossessivamente un avviso dal tono vagamente minaccioso.

«Ripristinare immediatamente il collegamento. Ripristinare immediatamente il collegamento…».

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