Giovanni Gentile e il teatro d’inchiesta: le mafie? Ci sono due modi di raccontarle.

(di Dario Villasanta)

Speciale approfondimento: DELITTO E CULTURA (terza parte)

 

C’era una volta un uomo della periferia di Bari che aveva un bel lavoro, belle scarpe e un bel vestito, girava e guadagnava: vendeva mobili se non sbaglio. Poi quest’uomo si è rotto i coglioni e ha deciso di fare il drammaturgo. Normale, direte voi? No. Teatro d’inchiesta. Ha deciso di studiare i casi più sconcertanti della storia d’Italia per farne degli spettacoli che con l’intrattenimento hanno ben poco a che fare, se non per il fatto che fin dal primo minuto si viene travolti e coinvolti dalla rappresentazione con violenza, la violenza della verità, e portati per mano negli abissi di fatti di cronaca che hanno sporcato l’anima del nostro Paese, finché ci si chiede: “Come ho potuto far finta di niente fino a oggi?” Lo dico per esperienza personale.

E può sembrare strano a molti che un ‘uomo di cultura‘ sappia più degli ‘uomini di Stato‘ come funziona l’Italia più malata, più corrotta e più ipocrita. O meglio, il fatto strano è che lo dica lui al posto loro. Giovanni Gentile fa nomi e cognomi, gli tagliano ogni tanto qualche gomma e gli arrivano minacce (a lui e anche all’attrice Barbara Grilli, nda), ma non è poi tanto importante e il perché, purtroppo, lo leggerete qui sotto. ‘Ma allora, se sa tante cose, perché non le denuncia?’ diranno in tanti. Provate a farlo voi, rispondo io, ma nelle questure. Se Giovanni Gentile lo fa a teatro probabilmente sarà perché nelle sedi opportune non ottiene riscontri. Voi sapreste fare di meglio? Leggete qui per adesso, e poi potrete pensarci su.

Giovanni , periodicamente si discute sui provvedimenti più adatti per i reati di mafia, ma recenti sentenze (la Consulta sull’ergastolo ostativo, la sentenza su Buzzi e Carminati per Mafia Capitale, ma anche a Bologna in un’inchiesta per corruzione con figure legate alla ‘ndrangheta) hanno riaperto annosi di battiti su due punti in particolare: l’ergastolo duro per i mafiosi e la distinzione tra mafia e la ‘normale’ associazione a delinquere. Perciò partiamo dall’inizio (non scontato): secondo la tua esperienza diretta, cosa è mafia e cosa non lo è? E trovi sensate certe distinzioni?

In realtà cos’è mafia e cosa no lo ha deciso, con ben più comprovata lucidità, il Codice Penale. L’art. 416bis è chiarissimo in tal senso. Voglio ricordare che fu promosso da Pio La Torre nel 1982, Pio La Torre che poi, proprio a causa di questo impegno è stato ucciso a Palermo. Per cui non c’è da far teoria in questo senso, il diritto è come la matematica, 2 + 2 fa quattro. Poi a volte il calcolatore si rompe e sul display ti accade 5. Il nostro sistema giudiziario non è infallibile in quanto affidato a uomini che giudicano e come tali, per un milione di motivi di cui non discuterò ma che mi paiono ovvi, sbagliano. Ma il reato di associazione mafiosa è raccontato dettagliatamente e precisamente nel 416bis. Tutte le restanti questioni sono questioni riguardanti l’interpretazione personale, però se io interpretassi il diritto cadrei nello stesso errore del giudice che non ha dato l’articolo in questione a Buzzi e Carminati. Penso che in casi come questi, se andiamo a leggercelo, ci siano tutte le caratteristiche descritte.

Il dibattito su 41bis, il carcere duro per i mafiosi e l’ergastolo ostativo (cioè nessun beneficio salvo collaborazione) vede contrapporsi chi lo ritiene un’inumana tortura indegna di una Paese civile, oltre che un ricatto nonché una misura di nessuna utilità, e chi invece lo reputa l’unico modo possibile per arginare l’influenza dei boss che, notoriamente, anche dal carcere sanno esercitare il loro potere. Voi (tu e l’attrice Barbara Grilli, interprete dei più ‘caldi’ pezzi di Gentile) che idea vi siete fatti in merito?

Anche qui è una questione di diritto penale. Il 41bis fu promulgato durante il maxiprocesso di Palermo, dove i giudici istruttori erano due tizi a caso di nome Falcone e Borsellino. Senza 41bis quel maxiprocesso si sarebbe concluso in un nulla di fatto perché avevamo solo un collaboratore, Tommaso Buscetta. Il 41bis fece in modo che molti processati uscissero allo scoperto e permisero la condanna a tredici ergastoli e a duemilanovecento (2900!) anni di carcere, che proprio una vittoria di Pirro non mi sembra. E’ notizia di questi giorni che, anche in regime di 41bis qualche boss è riuscito a dare ordini all’esterno. Il 41bis è l’unico modo che lo Stato ha per combattere le mafie. Poi c’è un lavoro a monte da fare, culturale e sociale, però il sistema giuridico deve al 41bis tutte le vittorie che si sono ottenute. Altra cosa è il 41bis per i brigatisti degli anni ’70. Lì si parla di vendetta di uno Stato criminale. Quelle condizioni sono storicamente concluse, i collaboratori che dovevano parlare hanno parlato e la lotta proletaria è finita da almeno 30 anni. In quella circostanza il 41bis ha solo uno scopo punitivo senza senso.

Breve e triste parentesi: la pena di morte. Non c’entrerebbe nulla qui, se non per il fatto che nella cultura generale del popolo si sta sdoganando l’idea di una pena afflittiva, della ‘vendetta’ e che sia la più truce possibile, addirittura si invoca la pena di morte senza che nessuno dalle Istituzioni intervenga mai per per condannare queste esternazioni, ma soprattutto ricordare in motivi pratici per cui le società civili (USA a parte) l’hanno abolita. Aggiungo che il Cristianesimo né altra religione la sostengono. Pensate anche voi che stia montando un pericolo culturale nel riconsiderare il nostro ordinamento civile, e se sì quanto è vicino (o lontano)?

Il pericolo si è fatto carne e sangue ed è andato anche al Governo. Si chiama Salvini. Il processo che descrivi è già in atto ed è arrivato al suo culmine. Non c’è da aspettare per vederlo concretizzato, è già davanti ai nostri occhi.

Giovanni, io non posso non ricordare l’esperienza di aver affiancato un tuo spettacolo a Veglie, in Salento. Era una città dove fino a pochi anni prima si sparavano, dove l’ecomafia è ancora forte e  presentaste ‘Palmina, amara terra mia’. E’ un monologo che ha fatto piangere tante persone, che ha contribuito a riaprire un’inchiesta insabbiata dopo trentacinque (35!) anni e dove, soprattutto, si facevano nomi e cognomi di chi aveva fatto cosa, ascoltando anche le registrazioni strazianti della voce Palmina Martinelli prima di morire. Fu una doccia gelata sentir dire ad alta voce: “è stata la Sacra Corona Unita”.

Si chiama Teatro d’inchiesta, cioè studiare e dire le verità che non ci racconta nessuno anche se sono lì, evidenti e incontestabili. Sotto gli occhi di tutti. La premessa è lunga, ma la domanda è breve: come le racconti le mafie al tuo pubblico più giovane? Cioè, come fai a spiegare “la mafiosità insita in ognuno di noi” (parole tue quella volta a Veglie) agli studenti quando andate nelle scuole?

Ci sono due modi di raccontare le mafie e noi tocchiamo entrambi questi modi quasi ogni giorno. C’è il modo dei politici e delle istituzioni in genere. Qualcuno, non ricordo chi ma mi sembra il giudice Gratteri, procuratore in Calabria, ha scritto che se lo Stato volesse o avesse voluto davvero affrontare il problema “mafia” l’avrebbe debellata o la debellerebbe in meno di 2 anni. Quindi un modo di affrontare il discorso è quello di circostanza nelle occasioni che contano per fare parata. Io vedo il mio sindaco Decaro che fa il discorso del 23 maggio sotto la targa a Falcone e Borsellino e poi penso che quello stesso sindaco è quello che non si pronuncia sul fatto che La Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano principe di Bari, è di proprietà di un signore di Caltanissetta se non erro, inquisito per appoggio esterno a Cosa Nostra che ha avuto le proprietà sequestrate dalla magistratura. E tu ti fideresti di un sindaco che tace su questo cancro della sua città?

Poi c’è il modo che abbiamo noi di parlare alle persone. Noi in teatro facciamo vivere i fatti. Io nella scrittura mi sforzo di far vedere come le mafie entrano nel quotidiano di ognuno di noi. In “Denuncio tutti” spiego il riciclo del denaro proveniente dal traffico di droga attraverso la nostra spesa quotidiana. Una mamma che ha avuto un figlio morto di overdose facendo la spesa in certi ipermercati permette di riciclare i soldi che suo figlio ha dato alla ‘ndrangheta per comprare la droga. Pensa che paradosso viviamo. Oppure David Rossi, dirigente del MPS, che viene suicidato a Siena e poi scoppia la grana MPS a cui Renzi mette un tappo con 20 miliardi di euro di soldi pubblici. Se tu racconti queste cose la gente e i ragazzi ti seguono, capiscono come funziona, capiscono come noi possiamo arginare, cambiando leggermente le nostre abitudini, l’avanzare delle mafie. La lotta alla mafia non si delega, come diceva Borsellino. La lotta alla mafia parte dalle nostre abitudini quotidiane. E questo modo di raccontare è molto apprezzato dalle persone perché le rende partecipi.

Chi viene ai vostri spettacoli? Provo a usare dei cliché: sono radical chic con il Rolex al polso, alternativi di sinistra che nonn sanno a che cosa devono essere alternativi, sono un pubblico eterogeneo di destra o di sinistra, di ricchi o poveri o di tutti e due, di giovani o vecchi, insomma, che pubblico avete e che reazioni avete ricevuto dopo gli spettacoli? Qualcuna la ricordo anche di Veglie, ma meglio la diciate voi.

Non abbiamo un pubblico particolare, vengono veramente tutti. Di qualunque età e di qualunque estrazione sociale. La reazione è diversa perché dipende dallo spettacolo. Certo con Palmina tutti si immedesimano, con Lea Garofalo tutti si incazzano, con “L’agenda” tutti rimangono un po’ basiti perché si chiedono “ma io dov’ero mentre accadeva tutto questo?”. Però la reazione è sempre molto forte.Chiudo con una citazione, sempre tua (guarda caso!) sintetizzata con parole mie: se non mi ha ancora ammazzato nessuno è perché faccio Cultura, e la Cultura non fa paura a nessuno.

In che modo la Cultura (musica, libri, teatro ecc.) deve cambiare per lasciare di nuovo il segno sul non-popolo italiano di oggi? Perché secondo me c’è un errore di fondo anche da parte del mondo culturale, o sedicente tale. 

Mi fa piacere esista ancora in Italia un mondo culturale. Me lo stai dicendo tu, io non me n’ero accorto però mi fido di te. Ora scantoniamo dai grossi nomi che, comunque, proprio per l’influenza che hanno, potrebbero fare tanto ma tanto di più, per non dire che non fanno un cazzo. Andiamo a quelli appena un gradino sotto, più o meno che si posizionano nel range dove sono io. Secondo te a quelli che fanno teatro e campano di finanziamenti pubblici conviene immischiarsi e sporcarsi le mani o conviene continuare per anni a portare in scena Amleto o Il giardino dei ciliegi? Io non prendo soldi pubblici per scelta. Sono libero e dico quello che mi pare, quando mi pare e a chi mi pare. La differenza penso sia tutta lì. Non posso sputare nel piatto dove mangio quindi da certi argomenti devo necessariamente tenermi lontano. A meno di fare cose retoriche, del volemose bene, tipiche di commemorazioni da coglioni.

Allora ti rispondo io, Giovanni: sì, esiste un mondo culturale, ma è sottotraccia, ignorato e inascoltato, proprio come te agli inizi. E’ un mondo fatto anche di  gente che invece non sa né scrivere, né recitare, né suonare e pazienza, ma ci prova lo stesso perché ha qualcosa da dire, è forse un delitto? Magari avessero tutti questa passione invece di giocare alle slot, ai cavalli o impazzire per una partita di calcio! Sì esiste, Giovanni, ed è proprio questa gente, che nonostante tutto sa di non essere di gran livello ma ama creare eventi culturali, parteciparvi, invitare gente, chiedere a cani e porci di leggere libri o comprarli, perché chissà  mai che almeno uno su mille di questi ‘perseguitati’ scopra o riscopra una passione che non morirà mai, altrimenti lo sarebbe già: leggere e imparare.

E i giovani, beh: loro sono mille anni avanti ideologicamente, ma ne scriverò personalmente un articolo a  parte. Intanto, spero tu faccia in tempo a leggere quest’intervista prima che ti facciano saltare in aria  (battuta, ma non troppo, ndDario) anche se, come dicevamo, chi fa cultura non conta un cazzo, ma attento: solo finché non se ne accorgono. E se non esistesse questa possibilità, sono certo che tu non faresti quello che fai.

Grazie di cuore Giovanni, e resta con noi.

Chi è Giovanni Gentile:

Inizia a vent’anni la sua ricerca artistica studiando prima cinema, con Veronesi e David
Lynch, e poi regia coreografica con Marigia Maggipinto, assistente coreografa di Pina
Bausch. Nel 2013 fonda la Compagnia Teatro Prisma, che si fonda sull’unione multidisciplinare
delle arti e che ha, ad oggi, 8 produzioni al suo attivo, portate in giro per l’Italia.
Come poeta viene premiato con due dei riconoscimenti italiani più prestigiosi per la sua
raccolta di poesie “Stronza come un assolo di contrabbasso”, il Premio Laurentum 2014
con riconoscimento della Presidenza della Repubblica e il Premio Città di Cattolica Literary
Awards 2015.
Vince il Premio Sipario 2015 per la Migliore drammaturgia con l’opera ”Le due vergini”,
oltre 200 repliche tra Italia ed estero.
Poi diventa una cosa sola con Compagnia Teatro Prisma, dedicato esclusivamente al teatro civile e di denuncia e alla promozione tramite conferenze, spettacoli e incontri nelle scuole, della cultura della legalità e della giustizia sociale.

Dal 2013, oltre agli spettacoli citati, produce:

-2013 La Locanda dei Desideri

-2014 Gli uomini vengono da Marte, un cazzo. Io vengo dal bar all’angolo.

-2014 L’amore è il marito della vita – Omaggio a Piero Ciampi

-2015 Le due vergini

-2015 Senza Rete – Lettere dal Manicomio

-2016 Palmina – Amara terra mia

-2017 Chi ha paura di Aldo Moro

-2018 Denuncio Tutti – Lea Garofalo

Tutte le produzioni hanno i testi inediti e la regia di Giovanni Gentile

La Compagnia riceve i seguenti riconoscimenti:

2016 – Miglior Spettacolo Rassegna “Teatri d’inverno” con Le due vergini

2016 – Miglior Drammaturgia originale italiana 2015 Premio Sipario- Autori Italiani con Le due vergini

2016 – Nomination Miglior Drammaturgia Roma Fringe 2016 con “Palmina – Amara terra mia”

2016 – Barbara Grilli vincitrice Premio Internazionale Martucci – Miglior Attrice con “Palmina – Amara terra mia

2017 – Barbara Grilli vincitrice Premio Miglior Attrice Teatri d’Inverno con Palmina – amara terra mia

2017 – Premio Miglior Spettacolo del 2017 Teatri d’Inverno con “Palmina – Amara terra mia”

Con lo spettacolo “Chi ha paura di Aldo Moro” la Compagnia entra nel cartellone del Teatro Pubblico Pugliese per la stagione 2017/18

Grazie all’attività di teatro civile e di divulgazione, Giovanni Gentile e Barbara Grilli in quasi tre anni hanno incontrato oltre 20.000 ragazzi di licei e istituti superiori di tutta Italia, hanno contribuito fattivamente alla riapertura delle indagini per l’omicidio di Palmina Martinelli alla quale, in collaborazione con le amministrazioni comunali, hanno intitolato giardini e piazze in molti comuni pugliesi.

In collaborazione con il Liceo Statale L. Zucchi di Monza e del Dott. Nicola Magrone, ex PM ed ex Procuratore, partecipano alla stesura della “Carta dei diritti della bambina”che sarà resa pubblica nel 2019.

Sono stati ospiti di Libera Piemonte con lo spettacolo “Denuncio tutti. Lea Garofalo” il 21 Marzo 2019, in occasione della Giornata Nazionale della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime innocenti di mafia e sono parte attiva del progetto di cooperazione internazionale “Generazione mai nata” che si occupa di acquistare e inviare incubatrici rigenerate negli ospedali della Costa d’Avorio, in collaborazione con Kenda Onlus.

Giovanni e Barbara si occupano, inoltre, di formazione nell’ambito della scrittura creativa e della recitazione e del recupero scolastico di minori a rischio presso l’Istituto regionale D. Anthea di Modugno (BA)

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