Polvere e parole: Un anno sull’altipiano, il ‘libro dimenticato’ di Davide Pappalardo

0f62c3e3fdddc72254c068efe417ca0b(di Davide Pappalardo)

Qualche tempo fa, frugando in soffitta fra vecchie carte, sono venuti fuori alcuni oggetti ingialliti, risalenti alla prima guerra mondiale. Foto di uomini in divisa, attestati militari, medaglie. Ricordi di mio nonno che ha combattuto nel diciassettesimo reggimento fanteria.

Incuriosito sono andato a guardare la storia di questo reggimento. E’ una storia di trincee, movimenti lungo i fiumi del fronte, sanguinose battaglie (Isonzo, Monfalcone, Trento).
Quei vecchi ricordi ingialliti mi hanno fatto riprendere in mano Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu.

Un libro già letto ai tempi del liceo e che tenevo rinchiuso nei cassetti della memoria. Forse un libro, che non è né un saggio né un romanzo e nemmeno un memoriale,  dimenticato, nonostante ormai antiche fortune e una trasposizione cinematografica nel film di Francesco Rosi con Gian Maria Volonté.

Un Anno sull’Altipiano, a mio avviso, oggi andrebbe ripreso in mano e quantomeno sfogliato con un minimo di attenzione. Perché il libro di Lussu, senza nessun tipo di retorica, ci ricorda cos’è la guerra e ce la restituisce per quello che è.

La grande guerra provocò milioni di morti, di lutti, feriti, distruzione, molteplici sofferenze. E’ (dovrebbe essere) risaputo. Lussu con la sua testimonianza diretta ce lo ricorda, forse anche andando oltre i suoi intenti iniziali. Con uno stile asciutto ci racconta della follia della costrizione, dell’insensatezza di ordini orrendi, di giorni di vuoto assoluto vissuti tra “ozio e sangue” e “fango e cognac”.

29_53_are_f1_1083_1_resize_597_334Ci parla della dignità e dell’abnegazione di tutti quei poveri diavoli mandati al macello e della loro capacità anche di resistere, quando possibile, alla follia dei capi. E ci mostra come, nonostante tutto, pure nell’orrore sia possibile far attecchire anche l’umanità.

Un paio di anni fa ho visitato un forte austro-ungarico in Trentino, non lontanissimo dall’Altopiano di Asiago e, di nuovo, anche allora mi è balzato in mente Un anno sull’Altipiano.

Dentro quei bunker, in quei corridoi freddi, dietro quelle feritoie, sembrava ancora di vedere quegli esseri umani mandati a far da carne da cannone dai potenti dell’uno e dell’altro fronte. Sembrava quasi di vederli, dall’una e dall’altra parte, quei figli di contadini, braccianti, artigiani, operai, nelle loro divise sempre più lacere, sotto coperte incrostate da pulci, con scarponi che ridevano e gavette vuote in mano, strappati da regioni remote dell’Ungheria, della Germania, della Bosnia, del Sud e del Nord Italia o di qualunque altra parte d’Europa, per crepare e ammazzarsi in nome di non si sa bene cosa.

Ecco, ho pensato, la guerra è questa cosa qui. E’ quello che viene raccontato nel libro di Lussu che di tanto in tanto recupero dallo scaffale. Non è mica la storia di belle esperienze, “missioni di pace”, divise ben stirate e pulite, come qualche volta ci viene invece raccontata.

E’ una storia di morte per fame, freddo, malattie, per mano del nemico, per via di esecuzioni sommarie.

E’ una storia di profughi costretti dalla guerra ad abbandonare le terre e i pochi averi per andare incontro al nulla e all’ignoto, come quelli incontrati dalla Brigata Sassari di Lussu il 3 giugno 1916, il “convoglio del dolore” coi carri contenenti povere masserizie e esseri umani silenziosi e dagli occhi vuoti, la popolazione dell’Altopiano che scappava in pianura.

lussuE’ una storia di mancati rientri a casa. Com’è quella del 17° fanteria, a cui era stato assegnato mio nonno durante la prima guerra mondiale. Non so la cifra esatta di quanti partirono con quel reggimento, ma siamo sicuramente sulle parecchie migliaia di soldati. So che comunque a rimettere piede a casa furono solo in 650.

La guerra è tutto questo, una storia che si ripete e si rinnova nel suo orrore e nei suoi dolori e patimenti ed è anche molto altro che un libro non può certo condensare. Ma Lussu ha la capacità di farti interagire con i personaggi della sua Brigata Sassari e farteli sentire come persone. Non solo.

E’ bravo a farti capire meglio come funziona o non funziona l’essere umano in determinate situazioni, lasciarti sgomento, strapparti anche un sorriso.

Un anno sull’Altipiano è dunque un libro dimenticato ma da recuperare, anche se a qualcuno forse potrà sembrare un po’ datato, vecchio, stantio, superato.

Ma ne siamo così sicuri?

Ne siamo sicuri oggi, in mezzo all’odierna barbarie, nel gorgo della “cultura” di chi scorge nemici in ogni dove, alle porte o addirittura in casa, nel pieno delle “civiltà” che vedono in ogni sorta di muro una soluzione? Oggi che è già in corso una “terza guerra mondiale a pezzi” ma noi forse nemmeno ce ne accorgiamo?

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Davide Pappalardo 
è nato nel ’76. Da sempre è appassionato di storiacce di bulli, pupe, pistole e delitti. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Milano Pastis (Nerocromo), e la raccolta di racconti La Versione di Mitridate (Zona Contemporanea).

 

 

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