#errata-corrige Pt.8 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco l’ottava puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntata #8

Doveva subito trovare un’altra occupazione. Il suo conto in banca languiva e comunque, nonostante le rassicurazioni del commendatore, non poteva certo fare affidamento solo sulla liquidazione. Inoltre, ed era forse l’aspetto che considerava più importante voleva evitare che lo stato di inerzia, nel quale sarebbe certo caduto in mancanza di un’alternativa, lo trasformasse in un eremita afflitto da un cosmico pessimismo. Conosceva quello stato, ci era passato e non intendeva ricadere nella medesima trappola.

Abbozzò a mente qualche calcolo e stabilì con una ragionevole approssimazione che poteva concedersi, senza calcolare la gratifica promessa, un paio di settimane di autonomia. Non era un gran margine, tuttavia, aveva dei buoni contatti, amici e colleghi che più volte gli avevano proposto collaborazioni. Si ripromise di iniziare a fare un giro di telefonate non appena fosse rincasato.

“E Sabina?”, pensò non senza un’ombra di senso di colpa.

Avrebbe chiamato anche lei, ovviamente. Non sarebbe stata una conversazione semplice, ma l’avrebbe affrontata confidando nel repentino cambio di scenario che, quella mattina, era stato imposto alla sua vita.

Si concesse una lunga passeggiata per mettere ordine nei suoi pensieri. Aveva provato a rimettere in scena tutta la conversazione con il commendatore. L’aveva proiettata mentalmente più e più volte, a velocità differenti e osservandola da differenti angolazioni. Non lo faceva per una sorta di bisogno masochistico – stava ancora addomesticando la sua parte sadica, quest’altro aspetto avrebbe rappresentato un’inutile complicazione -, piuttosto, era come se fosse mosso da una necessità di completezza. Aveva smontato e rimontato quella scena, così come faceva quando rivedeva un racconto o un romanzo. Nella sua lunga esperienza da revisore, infatti, oltre ad aver sviluppato quella monomaniacale idiosincrasia nei confronti di refusi e strafalcioni verbali, con la quale aveva arricchito la sua collezione di “vaffanculo”, aveva affinato anche la capacità di cogliere la mancanza di coerenza di una struttura narrativa. Una campanella interiore cominciava a suonare nella sua testa tutte le volte che il suo istinto di lettore percepiva una discordanza, la mancanza di linearità nella storia o nei comportamenti dei personaggi in essa coinvolti. Ed allora, con pazienza certosina e con la meticolosità dell’artigiano della parola, demoliva e ricostruiva periodi, paragrafi o nei casi più estremi, interi capitoli.

In quel preciso istante, la sua campanella interiore suonava all’impazzata. Qualcosa nella sceneggiatura non quadrava, ma nonostante i suoi sforzi non era ancora riuscito a dipanare quella intricata matassa.

Provò a rappresentare la scena con una inquadratura in soggettiva. Cosa aveva colto il suo sguardo? Qualcosa era sfuggito alla sua attenzione o non era come avrebbe dovuto essere. E fintanto che non avesse sciolto quel dilemma sarebbe stato costretto a sorbirsi quel fastidioso scampanellio.

Salutò frettolosamente il portiere senza badare troppo a ciò che stava tentando di comunicargli e salì con passo svelto le rampe di scale che conducevano al suo appartamento. Ad attenderlo sul pianerottolo, piazzato come un corazziere davanti all’ufficio presidenziale, c’era un uomo. La statura era compatibile con quella di una guardia presidenziale. Era appoggiato, spalle al muro, in prossimità della porta di ingresso della sua abitazione. Il suo sguardo era concentrato sul display del cellulare che faceva scorrere con il movimento del pollice. Nell’altra mano teneva un pacchetto. La dimensione della scatola era grosso modo quella di un libro.

Ermes non ricordava di aver ordinato nulla di recente e, comunque, i corrieri abituali erano soliti lasciare le spedizioni in portineria.

Rallentò il passo, estrasse le chiavi dalla tasca e si avvicinò con fare guardingo alla porta. Il rumore dei passi distolse l’attenzione dell’uomo il quale, una volta avvedutosi del suo arrivo, ripose il cellulare in tasca e si avvicinò a Ermes porgendogli il pacco.

«Lei è Ermes Lazzari, giusto?», disse l’uomo.

«Perché vuole saperlo?», replicò Ermes, con fare sospettoso.

«Ho qui una cosa per lei», rispose l’uomo senza fornire ulteriori spiegazioni.

«Di cosa si tratta? Non attendevo nulla».

«Ne è proprio sicuro? Dovrebbe leggere le mail che le arrivano», insistette l’uomo il cui tono si era fatto più perentorio, quasi impositivo.

Ermes aveva notato quel cambio di atteggiamento e la cosa lo aveva infastidito non poco.

«Non credo che queste siano cose che la riguardino. E comunque non ha ancora risposto alla mia domanda. Di cosa si tratta?», rispose rigidamente Ermes.

L’uomo si limitò a sorridere, digrignando i denti e serrando il pugno, come se volesse trattenere tutt’altra reazione. Ad Ermes non era sfuggito nemmeno questo movimento ma, valutata la stazza dell’energumeno, decise di abbassare i toni della conversazione.

«Io mi occupo solo delle consegne. Mi è stato detto di portare questo pacco al suo indirizzo. Se vuole saperne di più, lo apra», disse l’uomo, giunto ormai di fronte a Ermes.

«Ma chi glielo ha chiesto?», provò a insistere Ermes, assumendosi ogni rischio.

L’uomo diede un’occhiata alla scatola, poi con un’inflessione di voce ancora irrigidita dall’attesa e dallo svolgimento di quella conversazione, si rivolse a Ermes.

«Il mittente è “la Piattaforma”».

«Minchia! Questa è una persecuzione!», esclamò a mezza voce Ermes.

«Come ha detto?», domandò l’uomo avvicinando la faccia a quella di Ermes.

«Niente, niente. Ho capito di cosa si tratta. Per quanto mi riguarda può riportarlo al mittente. Non sono interessato al servizio», rispose Ermes.

«Questo non è un problema mio. Come le ho detto, io mi occupo esclusivamente delle consegne. Per i reclami deve rivolgersi alla direzione», replicò l’uomo sbattendo il pacco sul petto di Ermes e costringendolo a prenderne possesso.

«La saluto, signor Lazzari», aggiunse allontanandosi e scendendo le scale con passo deciso.

Ermes diede un’occhiata al pacco, lo soppesò, quindi si massaggiò il petto. Allo scampanellio si era adesso aggiunta un’altra tonalità. La modalità della consegna, infatti, non corrispondeva per nulla a quella stabilita dal normale protocollo ed anche il tono della voce conteneva un che di minaccioso.

“Grazie, Gianfranco. La pagherai per questa rottura di coglioni!”, pensò Ermes.

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