#errata-corrige Pt.5 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco la prima puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntata #5

Il commendator Strozzi camminava a passo svelto lungo il viottolo che dal garage conduceva al portone di casa, rimuginando sulla discussione che era intercorsa tra lui e Lazzari. Teneva la testa bassa prestando attenzione ad ogni passo e borbottava sommessamente parole incomprensibili. Non era la prima volta che con il suo editor erano giunti ad un tale livello di tensione. In altre occasioni erano anche volate parole pesanti, da entrambi i fronti e con buona pace della gerarchia. Ma, a sua memoria, mai era stato costretto a utilizzare la minaccia del licenziamento, e la cosa non gli era indifferente. Lazzari era, nonostante le loro divergenze, una persona competente e la sua assenza avrebbe cagionato certamente un danno economico all’azienda.

Il commendatore era perfettamente conscio che la sua posizione fosse inconciliabile con quella del suo dipendente. Non si trattava solo di un fatto generazionale. La loro era una distanza ideologica e non cronologica. Ciò che Lazzari si ostinava a non comprendere era che la mission – non ricordava dove aveva sentito quell’espressione, ma gli sembrava calzare a pennello con il suo ragionamento -, della sua impresa era sempre e comunque il profitto. Ciò che il commendatore non riusciva a far capire, nonostante i suoi continui sforzi e le sue piazzate era che la cultura non costituiva il fine bensì solo un mezzo attraverso cui perseguire il miglior risultato economico possibile. Ed era sulla definizione dei ruoli e delle funzioni che la distanza tra lui e Ermes era incolmabile. Ma non era solo Lazzari a storcere il naso su questo tema. Il commendatore si sentiva accerchiato da anime belle. Era ormai in grado di percepire a distanza la presenza dei suoi colleghi idealisti. Erano quelli, così raccontava condendo la spiegazione con grasse risate, che puzzavano di muffa e naftalina; quelli costretti ad ammassare in magazzini sempre più compressi e angusti le loro pubblicazioni letterarie; quelli che dilapidavano l’intero capitale aziendale per pubblicare edizioni critiche di opere che nessuno avrebbe sfogliato neanche per pura curiosità o per errore; quelli, ed erano per lui i peggiori, che consideravano il loro lavoro una sorte di missione evangelica.

«Io, del missionario, conosco solo la posizione», era solito aggiungere chiudendo la descrizione di questa tipologia e scatenando le risate generali del branco di iene che era solito attorniarlo al circolo degli editori.

Quando sosteneva questo suo punto di vista durante le assemblee dell’associazione molti strabuzzavano gli occhi e alcuni lo guardavano addirittura con disprezzo. Ma il commendatore non soltanto aveva imparato a sostenere le loro occhiate sdegnate ma addirittura, negli ultimi tempi, aveva potuto notare anche dei sommessi consensi durante i suoi interventi a sostegno del valore del mercato anche nell’editoria.

All’inizio aveva considerato la cosa come il frutto della sua fantasia, una pia illusione priva, però, di un saldo fondamento. Poi, tuttavia, anche l’odore di muffa e naftalina gli era sembrato più tenue, come pure più vigorose si erano fatte le risate alla sua battuta conclusiva. I tempi stavano cambiando e, forse, anche i suoi ingenui colleghi avevano recuperato una piccola dose di concreto buon senso. Il cambiamento che aveva in mente prevedeva una drastica modifica dell’idea democratica. La sua anima reazionaria gongolava al solo pensiero. Strozzi era infatti convinto che permettere alla gente di prendere decisioni fosse come far giocare un bambino con una corda; quantunque ci si sforzi di controllarlo, finirà irrimediabilmente con l’impiccarsi.

«La massa vuole essere guidata». Era questa un’altra delle sue celebri espressioni con le quali arringava la folla.

Erano la pigrizia e una naturale tendenza al disimpegno che avrebbero favorito il ripristino di un sistema politico finalmente in grado di governare. Ed era la naturale tendenza al disimpegno che, mai come allora, gli garantiva un buon margine di guadagno.

«La gente non vuole pensare? E perché mai dovremmo costringercela allora!», aveva detto a Lazzari durante una discussione.

La luce del lampione tremava facendo danzare le ombre nel vialetto e rendendo incerto il passo del commendatore. Si fermò un istante attirato da un fruscio tra i cespugli che adornavano l’aiuola in prossimità del portone. Estrasse le chiavi dalla tasca e le strinse nella mano utilizzando alcune di esse a mo’ di artigli. Avanzava lentamente dal momento che la zona era resa oscura dal malfunzionamento dell’illuminazione.  Si avvicinò alla siepe, allungò il braccio e la scosse. Un gatto balzò fuori dalle fronde, lo guardò con sufficienza quindi scivolò via inghiottito dall’oscurità. Strozzi fece un balzo all’indietro, rivelando un’agilità che non gli era nota. Quindi sorrise guardandosi intorno nella speranza che nessuno avesse notato la sua prova di temerarietà. D’altra parte, aveva fama di essere un uomo determinato e per nulla pavido. Il vialetto era deserto. La figuraccia era stata evitata. Inserì la chiave nella toppa e fece scattare la serratura. Strofinò le scarpe sullo zerbino e spinse il portone.

Aveva appena varcato la soglia quando due braccia lo afferrarono per il bavero del pesante cappotto e, facendolo ruotare su se stesso, lo sbatterono con violenza faccia al muro.

Il commendatore era confuso e spaventato. Il movimento repentino di quell’attacco gli aveva fatto perdere l’orientamento, nonostante la familiarità con quel luogo. I suoni erano ovattati e sovrapposti il che aumentava la condizione di ottundimento. Le uniche sensazioni che percepiva con chiarezza erano il pulsare frenetico del cuore e un dolore lancinante alle braccia.

L’aggressore lo aveva schiacciato alla parete, aveva ruotato, senza troppi complimenti, le braccia dietro la schiena, quindi, con due rapidi calci lo aveva costretto a divaricare le gambe.

Questo gesto aveva acuito la preoccupazione del commendatore. L’assalitore non sembrava un balordo in cerca di una vittima occasionale da rapinare. Si trattava di ben altro, di un agguato in piena regola.

La tecnica adottata era precisa e la freddezza della sua esecuzione denotavano una certa pratica. Il respiro del commendatore era adesso più affannato. La sua faccia era pressata sul muro, il che gli impediva di vedere e sentire distintamente. Percepì la presenza di un’altra persona. Era posizionata di fianco e, evidentemente, controllava l’accesso al portone.

Dopo alcuni istanti, che al commendatore apparvero interminabili, l’uomo si decise a parlare e a giustificare la sua presenza e quell’aggressione.

«Non ci siamo, commendatore! Non ci siamo per niente!», disse forzando la torsione delle braccia della vittima per enfatizzare il tono del suo disappunto.

La fitta fece quasi svenire il commendatore. I tentativi di divincolarsi non portavano a nulla se non ad aumentare la pressione del gomito dell’assalitore sulla sua schiena e il dolore acuto alle articolazioni.

«Non so di cosa state parlando», rispose con un filo di voce cercando di difendersi.

La risposta non piacque al suo assalitore il quale lo agguantò per i capelli e gli sbatté con violenza la testa sul muro. L’arcata sopraccigliare cominciò a sanguinare copiosamente. Il commendatore sentiva scorrere il sangue lungo la guancia, il collo e impregnare il colletto della camicia.

«Non è questa la risposta che ci aspettavamo», ribadì l’uomo.

Il commendatore balbettò qualcosa.

L’uomo pressò con maggiore forza la testa sul muro. Il commendatore sentiva le ossa cedere alla forza bruta di quelle sollecitazioni.

«Cosa vuole dirmi, commendatore?», chiese l’aggressore scandendo ogni sillaba di quella frase e sussurrandola all’orecchio della sua vittima.

L’odore del sangue si mischiava con l’alito alcolico del suo assalitore.

«Ho fatto tutto quello che mi avete detto», disse il commendatore.

«I tempi. Non ci siamo con i tempi. Ci aveva dato precise rassicurazioni sulla data di uscita. Abbiamo una tabella da rispettare, noi. Lo ha dimenticato, forse?», replicò l’uomo.

«Non è stata colpa mia», tentò di giustificarsi Strozzi.

«E di chi allora? Non è forse lei il responsabile dell’azienda? Si ricorda i termini del nostro accordo?», ribatté l’uomo.

«Mi sembra che fino a questo momento la nostra organizzazione abbia dato prova di onorare il contratto. E la cosa, ci sembra, l’abbia alquanto favorita. Quante copie ha venduto l’ultimo libro che ha pubblicato su nostro suggerimento? Non si disturbi a rispondere. Era una domanda retorica. Lo sappiamo benissimo», proseguì l’aggressore.

«Se è una questione di soldi, possiamo rinegoziare l’accordo», disse il commendatore.

«Soldi? E chi ha mai parlato di soldi. Sa benissimo che non le abbiamo mai chiesto soldi. Non per il momento, almeno. La questione non riguarda il denaro. Lei si è impegnato a seguire con precisione le nostre indicazioni. Abbiamo un progetto e la sua incapacità gestionale rischia di metterci in grande difficoltà», disse l’aggressore.

«Ve lo ripeto. Non è dipeso da me», balbettò il commendatore ormai allo stremo delle forze.

«Sappiamo come sono andate le cose. Abbiamo i nostri informatori. Lei è un libro aperto per noi», replicò l’uomo compiaciuto dall’arguzia della sua risposta.

«Ci stiamo già occupando del suo elemento di disturbo. Ma preferiremmo che ci rendesse più semplici le cose. Le diamo 24 ore. Poi ripasseremo a trovarla e le assicuro che non sarà piacevole rivederci. Intanto, visto che le sfuggono alcuni dettagli del nostro contratto, ecco un piccolo promemoria», aggiunse l’assalitore. Poi con un gesto rapido afferrò la mano sinistra della sua vittima e con una torsione violenta gli fratturò due dita.

Il commendatore lanciò un urlo quindi si accasciò sopraffatto dal dolore.

«Buona serata, commendatore».

Rimase seduto sul pavimento dell’androne per oltre mezz’ora. La mano era gonfia e il dolore pulsante. Il sangue si era rappreso sul suo volto. Aveva paura. Un terrore profondo si era impadronito del suo animo e aveva azzerato ogni sua certezza. Come Don Abbondio dopo l’incontro con i bravi, anche lui in quel momento desiderava raggiungere il suo appartamento, mettersi sotto le coperte e fare finta che nulla fosse mai accaduto. Non c’era nessuna Perpetua ad attenderlo e la cosa lo spaventò ulteriormente. Si alzò lamentandosi sommessamente durante lo sforzo. Si appoggiò al corrimano e digrignando i denti per trattenere il dolore affrontò la scalinata che lo conduceva sino alla porta di casa.

Aveva capito la lezione e non intendeva opporsi a quel suggerimento. Avrebbe seguito il consiglio ed era la prima cosa che si ripromise di fare non appena arrivato in ufficio. Ora desiderava soltanto dormire.

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