#errata-corrige Pt.3 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco la terza puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntata #3

Rientrò a casa nel tardo pomeriggio. Le uniche cose che desiderava fare erano una doccia, accasciarsi sulla poltrona, sorseggiare un bicchiere di vino e sfogliare un libro. Era stato di malumore per il resto della sua giornata lavorativa e per questo aveva preferito spegnere il cellulare per ridurre al minimo il rischio di ulteriori fastidi.

Accolse lo scroscio d’acqua calda come una benedizione. Si lasciò avvolgere da quel tepore fluido e per un istante ripensò al corpo di Sabina e alla notte trascorsa nel suo appartamento. L’effetto di quel rapido flashback sembrava rasserenarlo e far scorrere via il senso di nausea e fastidio che l’aveva accompagnato per tutto il giorno.

Tuttavia, persistevano dei residui, tracce indelebili del discorso del suo principale, incrostazioni che non avevano alcuna intenzione di allontanarsi dalla sua mente. Continuava a ripassare la sceneggiatura di quella conversazione e ad ogni passaggio quel senso di fastidio si acuiva. In cuor suo era assolutamente certo che la posizione da lui sostenuta fosse corretta e, tuttavia, la cosa non sembrava dargli alcuna soddisfazione. Ermes era persino disposto a accettare una sorta di mediazione ragionevole riconoscendo il realismo della contro argomentazione e forse anche ammettendo un piccolo peccato di ingenuità nella idealizzazione della cultura e della sua diffusione. Ma nonostante ciò, a dispetto di quelle concessioni, il suo stato d’animo restava inquieto. Probabilmente, la sua agitazione era motivata da un’altra più sottile e subdola domanda. Un interrogativo la cui soluzione richiedeva un’attenta analisi dei tempi. Si asciugò frettolosamente e accese l’asciugacapelli. Il rumore confondeva i suoi pensieri e dunque decise di concedere una pausa a quella turbolenta riflessione.

Indossò degli indumenti comodi e si versò un bicchiere di Syrah senza lesinare sulla quantità, quindi si sedette sulla poltrona. Accennò soltanto il gesto di afferrare il libro posto sul tavolinetto a fianco ma, dopo una rapida valutazione, decise di saltare per quella sera la sessione di lettura. Troppo stanco e troppo distratto per lasciarsi trasportare dalla magia di quelle pagine.

La domanda lasciata in sospeso si ripresentò sulla soglia. Evitarla sarebbe stato inutile o, addirittura, impossibile.

“Quando era cominciato quel degrado? Quando la sua generazione aveva deciso di rinunciare a qualsivoglia spinta ideale? Quando quello stato permanente di rincoglionimento globale si era impadronito di tutti loro? Di chi era la colpa?”.

L’interrogativo iniziale si era moltiplicato davanti ai suoi occhi. Più focalizzava l’attenzione su di esso, più le questioni si allargavano a macchia d’olio.

Decise di arginare quel fiume in piena di dilemmi e di concentrare l’attenzione su una versione ristretta del problema. Stabilì che, forse, il modo migliore per sciogliere quei dubbi fosse quello di partire da quanto aveva strenuamente difeso il commendatore. Il tema principale della sua reprimenda era quello legato alla centralità del denaro. Era allora da quel punto che doveva iniziare la sua opera di demolizione.

Provò a riassumere la tesi del suo datore di lavoro in una parola chiave. Bevve un sorso di vino per prendere tempo e stimolare la sua capacità riflessiva.

“Stato di necessità”.

Questa era, a suo avviso, la chiave di volta di tutto. Più componeva quell’intricato puzzle, più la spiegazione sembrava collimare perfettamente con le tessere del rompicapo. Gli sfuggiva ancora il motivo per cui aveva deciso di imbarcarsi in quella riflessione che, di certo, gli avrebbe guastato il fegato e rovinato del tutto la giornata. Tuttavia, non era tipo da lasciare in sospeso le cose e quindi, decise di proseguire nel suo ragionamento.

Il denaro era dunque il passepartout con cui era stata alimentata l’illusione della liberazione dai bisogni. La falsa convinzione di aver finalmente raggiunto un definitivo stato di benessere aveva alterato la percezione della realtà di intere generazioni, convincendole che tutto fosse a portata di mano senza nessun costo, sacrificio o responsabilità.

Ma più che di una liberazione dal bisogno si era trattato di una liberazione del bisogno. Era stato scoperchiato un pozzo dei desideri privo di fondo, illimitato, a cui, ed era questa l’illusione peggiore, potere, o meglio, dovere attingere senza soluzione di continuità pena l’esclusione sociale o la ghettizzazione nel girone dei perdenti. Una visione tossica della realtà che, alla lunga, aveva creato dipendenza e che aveva presentato, puntualmente, il suo salatissimo conto.

La banalizzazione del carpe diem aveva risucchiato ogni singola goccia di buon senso, imprigionando la coscienza dei singoli e della collettività in un eterno presente. In ogni ambito dell’esistenza, ciò che veniva considerato dotato di un qualche valore era solo quello che dimostrava di possedere una spendibilità immediata. Il valore di mercato, per usare il gergo del suo principale, era commisurato sulla base della sua rapidità di consumo. Idee, persone, cose erano diventate quindi merci da sacrificare sull’altare del qui e ora. Bruciate in un attimo e capaci solo di riempire gli occhi della folla con le loro alte fiammate, ma inabili a scaldare i cuori e le menti.

Ed ecco perché questa concezione patologica del tempo aveva trascinato nel gorgo dell’oblio tutto ciò che non si accontentava dell’istante. La cultura, la politica avevano finito con il pagare un caro prezzo in ragione della loro necessità di tempi diradati di maturazione per esprimersi compiutamente.

Bevve con avidità un altro sorso di vino. La sua mente lavorava a pieno regime e questa cosa lo entusiasmava e avviliva al tempo stesso. Man mano che quella visione assumeva tratti sempre più definiti, il suo stato di prostrazione e il suo pessimismo lievitavano.

“Guarda che co’ tutte ste seghe mentali, me diventi cieco”.

Dal suo passato era emerso il ricordo vivido di un suo commilitone, un compagno di bevute e cazzeggi durante il servizio militare. Bruno, era questo il suo nome, un romano verace, incapace per natura di prendersi sul serio e che lo bersagliava, con battute e bonarie prese per il culo, tutte le volte che lo vedeva in branda a leggere libri o a porre quesiti esistenziali.

“Chisti su minchiati co’ bottu!”, aggiungeva Cataldo, l’altro membro della comitiva, rincarando la dose e arricchendo la severità del giudizio con la concretezza del suo realismo meridionale.

“Forse non avevano poi tutti i torti”, pensava tra sé e sé. La vista era riuscito a conservarla, ma la sensazione di aver sprecato tempo in inutili discussioni era ormai un dato costante nella periodica valutazione della sua vita.

Nonostante queste interiori voci di dissenso, Ermes proseguì nella sua analisi. Non si rassegnava all’idea di dover capitolare di fronte ad una visione pragmatica e priva di un possibile sviluppo futuro.

I fatti erano evidentemente contro di lui. L’interpretazione prevalente era che l’intera società fosse immersa, affondasse, era questo il termine corretto, in un perenne stato di necessità.

«Affondasse», lo ripeté a voce alta per imprimerlo nella memoria, per marcare con nettezza i confini paludosi di quel mondo in decadenza.

Uno stato di necessità che si manifestava in forme e livelli differenti a seconda del contesto, dello status, eccetera eccetera. Nella sua mente l’elenco di variabili possibili era lungo e variegato.

Ma, sia che si trattasse della ricerca affannosa della soddisfazione delle esigenze di base, sia che si rincorresse il miraggio di una vita al di là di ogni limite, lo stato di prostrazione sembrava essere il medesimo.

“Verso cosa stava conducendo tutto ciò? Cosa sarebbe accaduto quando nessun dosaggio fosse stato più in grado di placare il desiderio? Chi o cosa sarebbe corso in aiuto di una generazione allo sbando?”.

Si alzò di scatto dalla poltrona per porre fine a quella angosciosa visione apocalittica. Guardò l’orologio. La lancetta segnava le nove. Ermes si stupì di non aver ricevuto nessuna chiamata da parte di Sabina. Non era da lei non farsi sentire per tutto quel tempo. Cosa poteva essere accaduto? Doveva preoccuparsi? Aveva fatto qualcosa che poteva averla contrariata?

Camminava nervosamente per il soggiorno, indeciso sul da farsi, ovvero, far finta di niente e andare a letto o chiamarla per chiedere spiegazioni circa quella sua improvvisa latitanza. L’indifferenza non apparteneva al suo carattere, quindi, tagliando corto e evitando inutili tentennamenti prese il telefono e iniziò a comporre il numero. Diede un’occhiata al display spento e scosse la testa stizzito.

«Che coglione!», disse senza concedersi alcuna attenuante.

Nella fretta di lavare via la tensione nervosa accumulata in ufficio, aveva totalmente dimenticato di accendere il telefono. Le parti si erano radicalmente ribaltate e adesso l’ipotesi di andarsi a coricare non gli appariva più così irrazionale o indecorosa. Vigliaccamente sarebbe stata la decisione migliore. A capo chino, tuttavia, decise di pigiare il tasto di accensione. Inserì il PIN e immediatamente una mitragliata di messaggi, notifiche e comunicazioni si susseguirono con la stessa entusiastica frequenza dei fuochi d’artificio durante la festa del santo patrono.

Man mano che quella raffica di informazioni e di richieste si presentava all’appello il suo senso di colpa cresceva a dismisura.

Sembrava che quel giorno, proprio quel giorno, la sua presenza fosse ritenuta indispensabile. In una sorta di nuova e rivoluzionaria visione dell’universo Ermes Lazzari, quel giorno, era stato eletto quale centro attorno a cui far ruotare ogni cosa. Il fulcro mediante il quale fosse possibile risollevare le sorti dell’umanità.

Mentre il concerto di suonerie proseguiva, rimpianse la tranquillità di un’esistenza anonima.

“La bellezza dei margini consiste proprio nella loro invisibilità”, pensò riconoscendo la paradossalità di quella considerazione.

 Posò nuovamente il telefono sul tavolo, nell’attesa che si completassero tutte le operazioni di notifica e prolungando in tal modo, seppure per qualche minuto, quella sensazione di isolamento che, dopo le riflessioni che gli avevano impegnato la mente, considerava come una benedizione.

Lo stomaco brontolava. Il vino che aveva bevuto, infatti, aveva stimolato i succhi gastrici che si attendevano, adesso, qualcosa di più consistente. Si spostò in cucina, aprì il frigo e diede un’occhiata cercando di combinare gli ingredienti in modo da ricavare qualcosa assimilabile a una cena. Il paesaggio era privo di ogni attrattiva. Si era ripromesso di fare un po’ di rifornimento tornando a casa dall’ufficio ma, dopo la solenne incazzatura della mattina, aveva preferito rincasare senza passare dal supermercato. Il digiuno a cui stava votandosi quella sera rappresentava una sorta di espiazione ulteriore.

Prese due uova e il panetto di burro e decise di fottersene, delle ricette vegane e del colesterolo, Accese il fornello e vi pose la padella, la lasciò riscaldare quindi fece scivolare un’abbondante dose di burro. Ruppe le uova cercando di evitare che il tuorlo si spaccasse nell’impatto. L’operazione gli riuscì al cinquanta per cento. Il rosso iniziò a spandersi lungo la superficie della padella a dispetto dei tentativi di Ermes di contenerne la dilatazione. Considerò quella situazione come la corretta metafora del tempo presente: l’esistenzialistica riproduzione della realtà, ovvero, la perfetta rappresentazione dell’inutilità dell’affanno e dello sforzo profusi per recuperare situazioni ormai definitivamente compromesse. E ripensando a tutte quelle elucubrazioni mentali ritenne che il punto di non ritorno fosse già stato superato da tempo e l’unica alternativa praticabile fosse quella di rallentare il più possibile la velocità di caduta. Una soluzione minimale, ma l’unica ancora spendibile con qualche chance di successo.

Spolverò con una manciata di sale e pepe, per cercare di conferire almeno un po’ di sapidità a quel fallimento gastronomico e pose un coperchio. Lasciò passare solo qualche minuto, quindi spadellò il tutto su un piatto. Si versò un altro bicchiere di vino e si sedette consumando rapidamente quella cena frugale.

Il telefono giaceva silente sopra il tavolo. Ermes rimase a fissarlo, dubbioso sul da farsi. Non era in grado di decidere, infatti, se l’astenersi dalla consultazione di tutte quelle notifiche fosse da considerarsi un atto di vigliaccheria o piuttosto, una manifestazione di saggezza da anacoreta. Tentennò ancora per alcuni istanti, poi comprese che né la via ascetica né l’idea di trascorrere la vita appollaiato su una colonna rientravano tra le sue preferenze. Gli restava solo una possibilità: ammettere la sua vigliaccheria. Ma in uno scatto d’orgoglio, favorito probabilmente dalla gradazione alcolica del vino, si alzò e afferrato il telefono iniziò a scorrere la lunga lista di messaggi.

Sabina lo aveva cercato più volte. In realtà, meno di quanto Ermes avesse immaginato. Dopo il quarto tentativo, infatti, aveva chiuso con un definitivo “Vaffanculo. Sei proprio uno stronzo”, che non lasciava dubbi circa la continuazione della loro storia.

Un senso di angoscia misto a un velato rimorso si impadronì di lui. Un rigurgito acido risalì dallo stomaco lasciandogli un sapore acre in bocca. Doveva essere questo il gusto che aveva la disfatta. Lo aveva letto più volte in molti libri ma, adesso, lo aveva sperimentato in prima persona e la cosa non gli piacque affatto.

Doveva e voleva rimediare. Non era ancora certo di poterlo fare. Ma non intendeva indugiare un secondo di più. Era sicuro che, usando i toni e le parole giuste, Sabina avrebbe compreso l’equivoco e tutto sarebbe tornato come prima.

Stava per pigiare il tasto “Richiama”, quando la sua attenzione venne attirata dal messaggio successivo al perentorio commiato di Sabina. Ciò che lo colpì fu l’intestazione della notifica: “#Piattaforma”.

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