#errata-corrige Pt.2 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco la seconda puntata del racconto. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

ERRATA CORRIGE

Puntata #2

Erano le sette di mattina quando rincasò. Zoppicava vistosamente a causa di una scheggia di vetro che gli si era conficcata nella pianta del piede non appena si era alzato dal divano. Si era totalmente dimenticato del bicchiere rotto, sparso su tutto il pavimento, fino all’istante in cui aveva sentito la scheggia penetrare la carne. Aveva tirato giù una serie infinita di madonne e schizzato sangue per tutto il salotto. Sabina era uscita molto presto, come sempre. L’aveva salutato e probabilmente gli aveva anche raccomandato di fare attenzione ai vetri. Ermes ricordava di aver anche biascicato un sì, più per educazione che per convinzione. Aveva perso una buona mezz’ora per ripulire tutte le tracce ematiche e adesso non gli restava che una manciata di minuti per cambiarsi e tentare di rimettere in ordine la sua faccia e non essere irrimediabilmente fuori orario. Nessuna scusa sarebbe risultata credibile. Al suo capo sarebbe bastato osservarlo, anche solo un istante, per capire quale fosse la ragione di quel ritardo. Sperava in una sorta di solidarietà di genere e sarebbe stato disposto anche a concedere qualche particolare piccante o qualche ammiccamento, pur di evitarsi il solito cazziatone sul valore economico del tempo. Ma era conscio che, quando c’era da mettere mano al portafoglio, il suo capo non faceva alcuna distinzione di genere: un asessuato aguzzino che misurava al millesimo di secondo la permanenza dei suoi dipendenti in ufficio.

Mentre indugiava su queste considerazioni, aveva afferrato una camicia dal guardaroba e un paio di pantaloni senza badare troppo alla concordanza cromatica. Si riavviò i capelli con le mani, si schiaffeggiò ripetutamente nel tentativo di aumentare il tono dei muscoli facciali, quindi si fiondò fuori dall’appartamento.

«Lazzari, ben arrivato», lo gelò il suo capo, non appena Ermes, trafelato, varcò la soglia dell’ufficio.

Avrebbe voluto scusarsi o abbozzare un qualche alibi, ma la corsa forsennata in mezzo al traffico lo aveva privato della facoltà di parlare. Respirare era l’unica cosa che in quel momento gli interessava fare. La stessa voce del suo datore di lavoro era smorzata da quella sensazione di stordimento dovuta, evidentemente al suo stato di ipossia. Aveva come l’impressione che i suoi organi interni non fossero più nella loro sede abituale. Il cuore, e di questo era quasi certo, si accingeva a saltare fuori dalla cassa toracica, e i polmoni lo avrebbero seguito a ruota nel tentativo di procacciarsi quell’ossigeno che lui, il loro usufruttuario, non era in grado di fornire.

«Venti minuti di ritardo. Avvertirò immediatamente il ragioniere di detrarre questo tempo dalla sua prossima busta paga», disse il commendator Cornelio Strozzi.

In quell’istante Ermes avrebbe voluto impegnare l’ultimo alito di ossigeno che aveva a disposizione per rispondere con un netto e inequivocabile: “faccia un po’ come cazzo le pare”. Avrebbe voluto questo, ma il massimo suono che riuscì a emettere fu un ridicolo sfiato. Qualcosa di assimilabile al rumore che fa un palloncino quando, dopo essersi svuotato svolazzando incontrollato in lungo e in largo, si accascia al suolo sconfitto, rinunciando ai suoi sogni di dominatore del cielo.

«Risparmi il fiato e non aggiunga nulla. Le si legge in faccia cosa ha fatto ieri sera. Piuttosto, veda di consegnarmi in mattinata le bozze definitive del libro di quel calciatore, coso, come si chiama. Vabbè, ci siamo capiti. Ho promesso al suo agente letterario che il libro sarebbe uscito questo fine settimana».

Ermes si limitò ad annuire.

Gli ci volle un quarto d’ora per recuperare un po’ di dignità e l’uso della parola.

Le bozze che il suo capo gli aveva sollecitato erano già pronte da diversi giorni. Ermes aveva temporeggiato volutamente nella consegna. Lo aveva fatto per quel rispetto sacrale che nutriva per la lingua e per la grammatica e, soprattutto, per la letteratura, quella vera.

Le oltre quattrocento pagine di quel manoscritto erano un guazzabuglio di banalità, strafalcioni e slogan motivazionali.

In un mondo normale, la collocazione di quegli sproloqui stampati sarebbe stata in fondo al cestino della spazzatura. Ermes pensava con un certo rammarico all’inutile sacrificio patito dalla carta sulla quale quell’accozzaglia di cazzate era stata stampata. Per questo, aveva chiuso la copia corretta in uno dei cassetti della sua scrivania, sperando di poter convincere l’editore a recedere dalla scellerata intenzione di darlo alle stampe. Si riprometteva di tentare questa eroica opera di persuasione in uno dei rari momenti in cui il suo capo mostrava di possedere un minimo grado di ragionevolezza. Adesso, tuttavia, si rendeva conto di aver pianificato in maniera errata le sue mosse; di non aver tenuto in considerazione l’incidenza di alcune variabili. Il suo approccio doveva essere diretto e senza inutili giri di parole. Era pienamente consapevole che la risposta sarebbe stata altrettanto brutale e netta.

Bussò e senza attendere la risposta aprì la porta: l’estremo tentativo di sfruttare un effetto sorpresa.

«Avan…», disse il commendatore. Il resto della parola gli rimase in gola. Ermes era già entrato e senza ulteriori indugi si era accomodato in una delle due sedie poste davanti alla scrivania del direttore.

«Poggi pure lì le bozze e cominci al lavorare a quel libro di ricette vegane», disse il suo capo, per nulla intimorito da quell’intrusione non autorizzata.

«È proprio sicuro di voler pubblicare questa porcheria?», chiese Ermes.

«Non ricominci con questa storia. Non intendo ritornare sull’argomento. Le ho già espresso con chiarezza qual è il mio punto di vista. Non me ne frega un beneamato cazzo delle stronzate che ci sono in quel libro. Il personaggio è popolare e faremo il botto con le vendite. E mi risparmi la filippica sulla cultura. Ormai la conosco a memoria e confido che anche lei conosca a menadito la mia replica alle sue obiezioni».

«Sarà! Ma non è questo che dovrebbe fare una casa editrice», obiettò Ermes.

«Stronzate! Questo è proprio quello che deve fare un’azienda. E noi questo siamo: un’azienda. Stampiamo libri che devono essere venduti. Domanda e offerta sono le sole cose che dobbiamo “attenzionare”», replicò il commendatore.

Il verbo con cui il principale aveva concluso il suo pistolotto economico raggiunse Ermes con la stessa violenza di una coltellata.

«D’altronde se ci ritiene non degni della sua collaborazione e preferisce interrompere il rapporto di lavoro non deve fare altro che scrivere una lettera di dimissioni. Sarò ben lieto di firmarla immediatamente», aggiunse il commendatore.

«Non è questo il punto», replicò Ermes.

«Si sbaglia ancora una volta! È proprio questo il punto, invece. Sono i soldi il punto. Come sempre, d’altronde. Lei ne ha bisogno esattamente quanto ne ho bisogno io. Cambia solo il modo in cui li otteniamo. Per lei sono io la sua fonte di reddito. Per me sono quei libri che si ostina a chiamare spazzatura a fornirmi i mezzi per mantenermi e, se ci pensa bene, anche per mantenere lei. Dunque, mi faccia la cortesia di non sputare nel piatto in cui mangia. Non sta bene. Non sta bene per nulla!».

Ermes aveva ascoltato in silenzio la reprimenda del commendatore. E quantunque le sue posizioni e le sue convinzioni gli apparivano ancora solide, in cuor suo sentiva che in quelle parole c’era un pizzico di verità. Il suo morale scivolò sotto le suole, forse avrebbe dovuto tentare una timida reazione, ma sentiva di non avere al momento argomenti sufficientemente solidi da contrapporre.

«Ora, se non ha altro da aggiungere la prego di tornare nel suo ufficio. Ho un forum da seguire e non intendo, e non posso, mancare questo collegamento», disse il commendatore mentre, seduto, alla scrivania indossava una sorta di guanto connesso al computer.

Ermes era tentato di chiedere di cosa si trattasse ma ritenne di aver subito già abbastanza rimproveri per il momento e la giornata era solo all’inizio. Decise di soprassedere, salutò con un rapido cenno della testa e ritornò nel suo ufficio. Ad attenderlo sulla scrivania c’erano le bozze del ricettario vegano. Il barometro della sua giornata era ancora posizionato su “tendente al peggio”.

Iniziò a sfogliare il manoscritto usando la matita come fosse un lanciafiamme.

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