#errata-corrige Pt.1 (racconto a puntate di Vincenzo Maimone)

(di Vincenzo Maimone)

Ieri sera una mia carissima amica, Grazia Di Bella, mi ha proposto: “Perché non scrivi un racconto a puntate e lo posti?”, aggiungendo, “faresti felici tante persone”. Di fronte alla possibilità di migliorare lo stato d’animo delle persone, in tempi sospesi come questi, mi sembrava doveroso accettare l’invito. Ecco quindi il mio racconto a puntate. Il protagonista è Ermes Lazzari,di professione correttore di bozze.

Vincenzo Maimone, 17 marzo 2020

Puntata #1

Rimase per oltre un minuto con gli occhi fissi su quel “.” e con un sorriso appena accennato, ma gioioso, stampato sul viso. Considerava quel momento come un rito irrinunciabile: una cerimonia pregna di significati nascosti e di esperienze che avrebbe conservato con cura nel suo scrigno dei ricordi.

Sospirò, distogliendo lo sguardo con una punta di nostalgia, mentre con un movimento altrettanto misurato prese il calice di Syrah poggiato sul tavolino accanto alla poltrona e ne bevve un sorso lasciando che i profumi e gli aromi si presentassero al suo palato in tutte le loro sfumature. Anche quel passaggio faceva parte del cerimoniale. Era come l’ultimo brindisi prima di un lungo commiato. Quindi, senza indugiare ulteriormente, chiuse il libro, vuotò il bicchiere senza badare più troppo alla procedura e si alzò avvicinandosi alla libreria e ricollocando, non senza difficoltà, il volume nello scaffale.

“Gran bella storia”, pensò tra sé e sé.

«È proprio vero, allora. Niente ti riconcilia con il mondo come un libro», disse, rompendo il silenzio che fino a quel momento aveva riempito, insieme al leggero fruscio delle pagine, l’appartamento.

Perché per lui la lettura era proprio questo: un modo per stabilire una tregua con il resto del mondo; per continuare a coltivare un’insana fiducia che non tutto fosse perduto.

“Fino a quando avremo voglia di raccontare delle storie e, soprattutto, il piacere, il desiderio e la curiosità di ascoltarle ci sarà ancora una speranza di redenzione”, era solito giustificare così questa sua ottimistica affermazione.

“Redenzione”, usava proprio questa parola. E lo faceva quasi senza pudore. Con ostentazione, addirittura.

Lui, che in fatto di divinità, santi, martiri e compagnia salmodiante si manteneva felicemente scettico e distaccato. Ma con la lettura, con i libri, la questione era molto diversa. Per essi non aveva alcuna difficoltà o resistenza a inchinarsi e ad accettare il loro messaggio. Tuttavia, non si trattava di una fede cieca e incondizionata. Per nulla, anzi. Il suo livello di devozione ai libri era strettamente legato alla qualità di ciò che in essi era contenuto. Ne aveva cestinati parecchi nel corso degli anni, sia per passione che per professione. E probabilmente la seconda era stata una logica conseguenza della prima. Il suo lavoro era quello di correttore di bozze presso una rinomata casa editrice. Una di quelle col pedigree e con lo stuolo di autori da copertina di rotocalco da sala d’attesa di un centro estetico da esporre alle fiere, ai saloni e nei salotti delle trasmissioni televisive pomeridiane e serali.

In realtà avrebbe voluto cestinarli, ma il suo editore non intendeva sentire ragioni. Più di una volta gli era toccato di sorbirsi la tiritera sul mercato e sul rapporto tra offerta e domanda.

Con diplomatica accondiscendenza, il direttore era solito cassare il suo giudizio critico e il suo rigoroso dogmatismo letterario riconoscendone la competenza e, apparentemente avallandone la critica.

«Sì. Hai ragione. No, che dico. Hai mille ragioni. Scrive di merda. Ma cosa ci possiamo fare noi, se alla gente piace? E d’altra parte, perché ti avrei assunto, allora? Tu sei bravissimo a trasformare il letame in tartufi».

Era questo il suo argomento principale, il cavallo di battaglia con cui chiudeva ogni conversazione. Blandire la sua capacità di riconversione.

E nel corso degli anni erano tante le palate di merda che aveva trasformato in preziosi tartufi e per tale ragione aveva cominciato a sviluppare un vera e propria fobia per ogni imperfezione del linguaggio, fosse esso scritto o parlato.

All’inizio lo aveva considerato quasi un dono, un utile strumento professionale che gli permetteva di orientarsi rapidamente nei meandri della sintassi contorta di molti scribacchini e di restituire ordine e simmetria lì dove regnava il più assoluto caos.

Poi la cosa era sfuggita al suo controllo, e tale idiosincrasia aveva cominciato a seguirlo anche fuori dall’orario di ufficio. Ovunque si trovasse: al bar, alla posta, al supermercato, o semplicemente sfogliando le pagine di un giornale, nelle sue orecchie rimbombavano gli sproloqui grammaticali di amici, parenti o perfetti sconosciuti e i suoi occhi con la precisione di un tiratore scelto coglievano al volo ogni refuso o strafalcione.

In un primo momento, ci aveva riso anche su, limitandosi a correggere mentalmente l’errore e forse per timidezza, educazione o per il semplice desiderio di non innescare inutili discussioni, lasciava correre e evitava di riprendere pubblicamente, mettendolo alla gogna, l’incauto violentatore della grammatica. In cuor suo, giudicava con indulgenza l’imputato attribuendo lo scivolone linguistico alla fretta, allo stress, alla concitazione della discussione. Allo stesso tempo, sperava, chissà, in una spontanea maturazione sintattica, una presa di coscienza linguistica.

“Errare è umano”, era solito dire. E dunque, quella fallibilità era il suggello che attestava l’appartenenza alla specie, la comune umanità.

Poi, però, le cose erano drasticamente cambiate, in peggio ovviamente. Il salto evolutivo non si era verificato disattendendo completamente le sue previsioni ed anzi la discesa verso la totale anarchia lessicale si era fatta sempre più scoscesa e ripida. La perseveranza diabolica ne favoriva l’accelerazione e quella corsa disperata verso un abisso senza fondo.

La sensazione che provava era quella di un vero e proprio assedio: iniziava a sentirsi accerchiato.

E quindi, mettendo da parte ogni ritrosia o timidezza si era assunto l’ingrato ruolo del vendicatore, del giustiziere del lessico, dichiarando guerra all’esercito dei vocaboli linguisticamente osceni e a coloro che ne facevano uso abusando quotidianamente e senza alcun freno della grammatica.

“Attenzionare”, “piuttosto che” utilizzato impropriamente, e la fitta guarnigione degli “apposto” tutto attaccato, erano i suoi nemici più ostici, insieme alla mai doma legione dei nemici del congiuntivo. Era una guerra che non prevedeva al momento spargimento di sangue ma che lo impegnava strenuamente e aveva contribuito ad acuire il suo isolamento sociale. Alla lunga, infatti, le sue azioni riparatrici avevano alimentato la diceria secondo la quale lui, il dottor Ermes Lazzari, era una discreta rottura di coglioni, un insopportabile precisino pronto a bacchettare ogni piccolo errore. La nomea aveva cominciato a circolare rapidamente moltiplicando le prese per il culo e qualche reazione scomposta. Ermes ne era perfettamente consapevole e aveva accettato la cosa con grande eleganza convinto del fatto che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e una equivalente quantità di insulti e contumelie. Ne aveva avuto la prova quella stessa mattina, recandosi, come faceva ogni giorno al bar sotto casa, per prendere un caffè prima di scappare in ufficio. Il ricordo di quanto accadutogli era ancora vivido nella sua mente e cominciò a riemergere proiettandolo indietro nel tempo.

«Dottore, ce lo mette lo zucchero nel caffè questa mattina?», gli aveva domandato il titolare del bar sotto casa con tono sarcastico dopo che lui, il giorno prima, lo aveva ripreso per un uso naif degli ausiliari.

Ermes aveva abbozzato un sorriso compassionevole e aveva trangugiato l’espresso bollente, amaro, per non dare soddisfazione al suo avversario.

Quindi, si era avvicinato alla cassa per saldare il suo conto ed era rimasto in attesa con i soldi in mano per circa cinque minuti, cercando senza alcun successo di richiamare l’attenzione del titolare. Questi era assorto in una qualche operazione complicata con il portatile posto sul bancone accanto alla gloriosa Cimbali.

«Dottore, mi deve scusare, due minuti e sono da lei sto votando sulla Piattaforma. D’altronde, se lei avrebbe aspettato che il caffè si raffreddasse a quest’ora non starebbe lì».

«Se avesse aspettato… e si fosse raffreddato», lo corresse Ermes.

«Va bene, come vuole lei. Un attimino e arrivo», rispose sferzante il barista.

«Ci mancava solo “un attimino”», mormorò Ermes con disappunto pensando al ritardo accumulato.

«Ma proprio adesso doveva fare questa operazione?», aggiunse con un tono questa volta più sostenuto e alterato.

«Eccomi, eccomi! Non c’è bisogno di alzare la voce. Mi fa scappare i clienti così. Cosa ci vuole fare. La votazione dura solo trenta minuti e quindi non potevo fare altrimenti», replicò il barista.

«Ma di che votazione parla?», chiese Ermes, pentendosene quasi subito.

«Ma come di che votazione! Non conosce la Piattaforma?», lo redarguì stupefatto il titolare.

«No! Non la conosco ma credo di poter sopravvivere alla curiosità», rispose stizzito Ermes.

«Contento lei, dottore! Ecco il resto. Siamo apposto. La saluto. Scappo che inizia il forum», lo liquidò il barista porgendogli le monete.

“Ma vaffanculo!”, pensò tra sé e sé Ermes guadagnando rapidamente l’uscita del locale.

 Si ritrovò catapultato nel soggiorno. Guardò l’orologio alla parete e lanciò un’imprecazione.

«Cazzo! La cena!»

La lettura del libro e il ricordo di quell’incubo mattutino lo avevano talmente assorto che stava per dimenticare la serata in pizzeria con Sabina, la sua compagna, e con alcuni ex colleghi dei tempi dell’Università.

Rimise on line il cellulare, disinserendo la modalità aereo che attivava tutte le volte che decideva di godersi un bel libro. Una raffica di notifiche illuminò lo schermo. In quel 4 luglio di messaggi l’argomento costante era lo stesso: «Dove diavolo sei finito? Ti stiamo aspettando da un quarto d’ora».

Rispose frettolosamente limitandosi ad un criptico: «Arrivo».

Diede una veloce rassettata ai capelli e si precipitò fuori dall’appartamento.

Il locale che avevano scelto, fortunatamente, distava solo qualche isolato da casa. Affrettò il passo e in cinque minuti giunse al ristorante.

«Eccoti, finalmente. Stavamo per ordinare senza di te», disse Sabina.

«Scusa, amore. Stavo leggendo e non ho fatto caso all’orologio», rispose Ermes salutandola con un bacio.

«Scusate», aggiunse rivolgendosi al resto della comitiva.

«Come si chiamava questo libro?», chiese ammiccando Alfredo, il bancario.

Sabina lo fulminò con lo sguardo condendo il tutto con l’aggiunta di un dito medio. Alfredo rise sguaiatamente.

Il cameriere si avvicinò per raccogliere le ordinazioni.

«Siete pronti, adesso?», chiese il giovane mostrando di avere una certa familiarità con quella comitiva. La cordialità manifestata venne subito ricambiata.

«Come va, Aurelio? Ci affidiamo alla tua competenza questa sera. Cosa ci proponi?», disse Gianfranco, che insegnava matematica in uno dei più prestigiosi licei privati della città.

«Grazie della fiducia», replicò Aurelio.

«Allora, direi di cominciare con un giro di antipasti», propose Aurelio.

Tutti annuirono accettando all’unanimità il consiglio.

«Come primo, suggerirei…», il giovane prese fiato preparandosi a declamare la lista delle portate.

«No, il primo no», lo interruppe Sabina.

«Se siete d’accordo, direi di passare direttamente al secondo», propose Sabina.

Il cameriere tamburellava con la penna sul notes in attesa di conoscere l’esito della deliberazione.

Ermes approvò la mozione con un rapido cenno del capo, seguito a ruota dagli altri commensali.

«Approvato all’unanimità, allora! Benissimo! Sembra di stare sulla Piattaforma», concluse Aurelio.

«Ancora questa Piattaforma! Ma cosa diamine è questa Piattaforma?», domandò Ermes con un tono nel quale confluivano curiosità e una certa dose di fastidio.

«Ma come! Non sai cos’è la Piattaforma?», domandò stupito Gianfranco.

«È un crimine?», replicò Ermes stizzito dalla supponenza del suo amico.

«Forse dovrebbe», lo incalzò Gianfranco, il quale provava un sottile piacere a far incazzare il suo amico. Era un gioco che gli riusciva benissimo sin dai tempi in cui frequentavano l’Università. Facoltà diverse, ma medesimo pub. Gianfranco conosceva i punti deboli dell’amico; le frasi che, se usate sapientemente, con il giusto tono, lo esasperavano.

«Ma vaffanculo, va!», tagliò corto Ermes. Gianfranco esplose in una risata fragorosa.

«Così non vale però. È troppo facile farti incazzare», disse trattenendo a stento la sua esagerata ilarità.

«Comunque, a parte gli scherzi, veramente non conosci la Piattaforma?», disse Alfredo, inserendosi nella conversazione.

«Non ti ci mettere pure tu adesso», rispose Ermes rivolgendosi all’amico.

«Lo sapete come è fatto. Se non è messo nero su bianco su un libro non lo riguarda», lo rintuzzò Sabina.

Ermes la fulminò con lo sguardo. Non si attendeva un attacco anche da quel fronte e la cosa lo infastidì parecchio.

Sabina intuì il disagio e cercò di correre ai ripari con un sorriso e una smorfia di complicità.

Ermes si lasciò convincere e evitò di proseguire con una polemica che gli avrebbe solo mandato di traverso la cena. Tuttavia, la curiosità si faceva largo tra i suoi pensieri.

«Ed allora, carissimi professori, qualcuno di voi sarebbe così gentile da illuminarmi sull’argomento», disse cercando di attenuare il più possibile la sua vena sarcastica.

Il giovane cameriere non sembrava essere infastidito dal prolungarsi di quell’ordinazione, anche se, ogni tanto rivolgeva lo sguardo in direzione della cassa per osservare la reazione del titolare ed evitare il cazziatone che questi era solito riservare al personale di sala quando si attardava nel trasmettere alla cucina le comande. Aurelio seguiva con la coda dell’occhio i suoi movimenti e di tanto in tanto fingeva di annotare qualcosa sul taccuino.

«Se proprio vuoi saperlo, la Piattaforma è un innovativo strumento per l’esercizio della democrazia diretta», esordì Gianfranco. Il suo tono adesso si era fatto serio. Le sue parole scorrevano fluide e prive di qualsiasi enfasi emotiva.

Ermes ebbe l’impressione di ascoltare una di quelle registrazioni meccaniche da ufficio di informazioni turistiche.

«E da quando ti interessi di politica?», chiese Ermes stavolta con un tono realmente curioso di conoscere la risposta.

«Da quando ho scoperto come mi hanno preso in giro in tutti questi anni», rispose senza esitazioni Gianfranco.

«Chi ti ha preso in giro?», replicò Ermes.

«Loro, tutti loro. I potenti», dissero all’unisono Gianfranco e Aurelio.

Ermes trasalì. Quella risposta e le modalità con la quale era arrivata lo avevano colpito e, in un certo senso, anche turbato.

«Cazzo! Cantate in un coro voi due?», chiese Alfredo, cercando di alleggerire il tono della conversazione.

«Scusatemi. Non dovrei intromettermi nelle conversazioni dei clienti. Ma l’argomento mi interessa moltissimo. La Piattaforma è stata una scoperta per me», aggiunse Aurelio con voce adesso sommessa.

«Non ti devi scusare di nulla. Hai perfettamente ragione. La Piattaforma è il futuro. È quello che questo paese aveva bisogno», lo tranquillizzò Gianfranco.

«Semmai, quello “di cui” questo paese aveva bisogno», lo corresse Ermes.

«Ecco che riemerge il signor precisino. Sei uguale a tutti gli altri. Sei come loro, ti interessa la forma e non la sostanza delle cose», rispose Gianfranco con una veemenza inaspettata.

«È tutta qui la tua spiegazione?», replicò Ermes, glissando sull’ultima frase pronunciata dall’amico. Sabina seguiva con crescente sgomento l’evolversi della conversazione.

«Niente affatto! Ho appena cominciato. Vuoi sapere come si partecipa?».

«Prego. Spiega pure. Hai tutta la mia attenzione».

«Ti ringrazio del privilegio. È molto semplice non dovresti avere difficoltà a comprenderlo. Devi semplicemente registrarti via internet e fornire un tuo recapito, dopo pochi giorni ti arriverà il kit che ti consente di prender parte alle votazioni», disse Gianfranco che aveva nuovamente assunto un tono freddo e distaccato.

«Un kit? Che cosa c’è in questo kit?», domandò Ermes.

«Si tratta di un sensore che riconosce le tue impronte digitali. Un modo per essere certi che sei proprio tu a partecipare alle deliberazioni», intervenne Aurelio, anticipando la spiegazione di Gianfranco.

«Che “sia” proprio tu. Che “sia” proprio tu», lo corresse Ermes quasi automaticamente. Gianfranco fece una smorfia che esprimeva il suo fastidio riguardo a quelle continue e pedanti correzioni, poi rivolse lo sguardo verso i commensali cercando una qualche complicità. Sabina evitò, diplomaticamente, di esprimere un parere.

«Ma è legale, tutto questo?», chiese stupefatto Ermes.

«Perché non dovrebbe esserlo? D’altra parte ognuno aderisce spontaneamente e liberamente», replicò Gianfranco.

«E dopo aver votato cosa accade? E soprattutto chi stabilisce i temi su cui siete chiamati a decidere?», lo incalzò Ermes.

Gianfranco si schiarì la voce e cominciò a esporre la lezione.

«Il Direttivo propone i temi e definisce le alternative possibili. Una volta effettuata la votazione, si registra il risultato e si aggiunge il progetto nel database delle cose da fare», rispose Gianfranco. Aurelio annuiva entusiasticamente.

Un’espressione incredula si era stampata sul volto di Ermes. Un’incredulità mesta, lo stupore di chi scopre con sofferenza di aver sopravvalutato l’intelligenza di una persona cara. L’opinione che nel corso degli anni si era costruito sulle capacità e sull’ingegno di Gianfranco, nonostante alcuni aspetti spigolosi del carattere e la cattiva abitudine di spingerlo all’esasperazione, era più che positiva. Lo considerava un tipo brillante, acuto, ma, soprattutto, uno spirito indipendente. L’uomo che aveva di fronte non corrispondeva per nulla a quell’identikit.

«Dì la verità. Mi stai prendendo in giro. Non puoi credere veramente a quello che hai appena detto», disse Ermes.

Gianfranco era imperturbabile e con assoluta freddezza si limitò ad annuire.

«È proprio come ti ho detto. E personalmente trovo la cosa estremamente interessante. Il numero degli iscritti cresce ogni giorno. Stiamo per diventare maggioranza nel paese», aggiunse.

«E non appena lo diventerete, cosa accadrà?», chiese Ermes, quasi presagendo la risposta.

«Allora inizierà il cambiamento. Cominceremo ad attuare il programma. Punto per punto, senza inutili passaggi parlamentari. D’altra parte, il popolo ha già deciso e lo ha fatto attraverso la Piattaforma. Finirà il tempo del politichese e delle lungaggini burocratiche. La Piattaforma è l’unica soluzione possibile, devi rassegnarti e devono rassegnarsi anche quelli come te», disse Gianfranco il cui tono adesso si era arricchito di una sfumatura vocale che a Ermes apparve quasi minacciosa.

Aurelio continuava ad annuire e a scrutare il titolare alla cassa.

«Scusate, ma sarebbe il caso che ordinate», disse il cameriere con tono preoccupato dopo aver incrociato lo sguardo truce del suo datore di lavoro.

«Che “ordinia…”. Ahi!», disse Ermes balzando in piedi e lanciando un’occhiata a Sabina.

«La smetti adesso», disse Sabina, aggiungendo a questa richiesta una ben assestata pedata alla caviglia.

«Ho capito! Vado a lavarmi le mani. Ordina pure tu per me», disse Ermes allontanandosi dal tavolo con passo zoppicante.

«Grigliata mista e patatine fritte?», propose Aurelio.

«Perfetto!», risposero i tre commensali.

Aurelio ripose la penna nel taschino e si diresse con passo rapido verso la cucina.

«Certo che non gli hai dato tregua», disse Alfredo rivolgendosi a Gianfranco.

«E non ho ancora finito. Guarda cosa faccio adesso», disse armeggiando con il suo telefono.

«Che intendi fare?», chiese Sabina. «Cerca di non farlo incazzare, almeno per una volta».

 «Tranquilla. Lo iscrivo soltanto alla Piattaforma. Vorrei esserci quando riceverà a casa il kit», disse condendo la frase con una risata.

«Sei davvero stronzo», replicò Sabina.

Ermes ritornò al tavolo con la precisa intenzione di non farsi coinvolgere in un’altra conversazione simile a quella precedente. Sperava che durante la sua assenza fossero stati già serviti gli antipasti.

«Ci eravamo preoccupati. Stavamo per chiamare i soccorsi», disse Alfredo non appena Ermes ritornò al tavolo.

«Ti abbiamo aspettato per un po’. Ma l’odore di questa caponata ci ha stregato», disse Sabina.

«Avete fatto benissimo. Passami il tagliere dei salumi, per piacere», replicò Ermes.

Per il resto della cena, la conversazione si mantenne su toni normali, anche Gianfranco sembrava aver recuperato il suo solito tono colloquiale. Anche se di tanto in tanto, incrociando il suo sguardo, Ermes sembrava cogliere una sorta di malizia. Una sfumatura che non era in grado, tuttavia, di interpretare correttamente.

Dopo aver saldato il conto e aver assistito al solito siparietto del calcolo delle quote da parte del bancario e del professore di matematica, la comitiva si salutò davanti all’ingresso del locale.

«Vieni da me?», chiese Sabina stringendo la mano di Ermes.

«Perché no», rispose Ermes guardandola negli occhi e baciandola.

«Gianfranco mi preoccupa», disse ad un certo punto Ermes, rompendo quell’idilliaco silenzio che li aveva accompagnati lungo il tragitto dal locale all’appartamento di Sabina.

«Perché dici questo?», domandò Sabina.

«Non l’ho mai visto esaltarsi in questo modo. Per la politica, poi», replicò Ermes.

«Che vuol dire! Può essere che ha trovato la sua strada. Cosa ci trovi di sbagliato? Cosa non ti convince? Anche tu hai le tue convinzioni, mi sembra», disse Sabina.

«Non dico questo. Non sto contestando le sue convinzioni. Anche se non mi appartengono. Ma è qualcosa nel suo modo di esporle che mi ha lasciato sorpreso, sbigottito. Non lo so esprimere con precisione. Ma qualcosa non mi quadra».

«Non saprei che dire. Non ho notato tutto quello che dici di aver visto tu. Ma forse ero troppo concentrata a evitare che veniste alle mani», disse Sabina sorridendo.

«Hai pensato questo? Con Gianfranco non abbiamo mai raggiunto quel punto. Ammetto che più di una volta mi sono trattenuto a stento. Ma non di certo stasera».

Sabina aprì la porta, accese la luce e si tolse il soprabito.

«Beviamo qualcosa?», chiese a Ermes.

«Sì. Un altro bicchiere credo di riuscire a reggerlo», rispose accomodandosi sul divano.

«Hai dimenticato il computer acceso», disse notando il bagliore azzurrognolo proveniente dal tavolo in fondo al soggiorno.

«Sono uscita di corsa per andare al ristorante. Ho passato tutto il pomeriggio a discutere su un forum e quando è terminata la sessione ho scordato di spegnere», rispose Sabina.

«Forum? Che forum? Questioni di lavoro?», chiese Ermes.

«No. Era un gruppo di discussione sulla Piattaforma», replicò Sabina porgendogli il bicchiere.

«Ma come? Pure tu!», esclamò sorpreso Ermes.

«Non ci pensare adesso. Non ti ho chiesto di venire qui per parlare di politica», le disse sussurrandogli nell’orecchio e slacciandogli la fibbia della cintura.

«Sì, ma…». Ermes cercò di concludere la frase con scarso successo. Il bicchiere cadde sul pavimento. Le schegge si sparpagliarono per tutto il salotto, diffondendo nell’aria il profumo di whisky doppio malto. Ermes si lasciò andare. Lasciò perdere ogni pensiero o preoccupazione. Le sue mani seguivano il profilo sinuoso del corpo di Sabina. Non c’era che quello. L’odore della sua pelle si mischiava con l’aroma alcolico che aveva invaso la stanza. Un mix inebriante che amplificava i suoi sensi.

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