Clandestini e criminalità: vogliamo davvero sapere? Maurizio Lorenzi, il ‘poliziotto che scrive’

Speciale approfondimento: DELITTO E CULTURA (quinta parte)

 

(a cura di Dario Villasanta)

MAURIZIO LORENZI A #paurasottolapelle2 a Bologna, 2018

Chi meglio di un poliziotto che lavora sul campo può spiegare i meccanismi reali con i quali si muove la Giustizia? Maurizio Lorenzi è sia poliziotto che scrittore, conduttore radio e sindacalista di polizia. Culturalmente e professionalmente preparato a rispondere al meglio ad alcune domande che, francamente, solo a lui possiamo rivolgere se davvero vogliamo capire di più sulla criminalità, le mafie e i possibili rimedi. Nello specifico, Lorenzi si occupa di rintracciare gli stranieri clandestini e del loro rimpatrio ‘vero’, cioè quello fisico, finanche dovendo accompagnarli nel viaggio in aereo. È un lato della tematica criminale fin qui affrontata, l’immigrazione clandestina, che mi rendo conto di quanto poco lo conosciamo solo adesso dialogando con Maurizio, perciò leggete cosa mi risponde e capirete subito perché.

Intanto Maurizio grazie di esserti reso disponibile per questo confronto su un tema delicato. Ancor più delicato da molti punti di vista (politico, sociale e di percezione popolare) se partiamo dall’incarico che svolgi attualmente, vale a dire indagini sull’immigrazione, che consiste tra le altre cose nel provvedere a rintracciare e accompagnare i clandestini nel loro Paese d’origine. Prima di procedere, vuoi spiegarci meglio e in sintesi cosa fai nella pratica in questo campo? Perchè molta gente me compreso non sa tecnicamente come funziona, in tale specifico, il lavoro della Polizia in Italia.

Ti risponderò in tutta sincerità, in veste di libero pensatore, oltre che sindacalista di polizia e di scrittore. Molti aspetti del mio lavoro sono “oscuri” e lontani dalla percezione della realtà immaginaria di ogni cittadino. Diciamo che riuscire ad espellere coattivamente (ovvero fisicamente alla frontiera) un cittadino extracomunitario sprovvisto dei requisiti necessari alla permanenza sul territorio nazionale non è molto semplice. Sarebbe necessario un trattato per sviscerare la tematica ma se vogliamo sintetizzare i problemi sono legati alla burocrazia (la normativa a dire il vero non rende fluida la procedura) e ai rapporti con le Autorità consolari straniere che dovrebbero collaborare ai fini identificativi degli espulsi e che talvolta invece “nicchiano” per una serie di disparate ragioni. Il risultato è che non di rado si rischia di vanificare un lungo lavoro di ricerca e rintraccio di chi delinque e si dà alla latitanza, ovvero alla clandestinità. Nonostante ciò, l’Italia è tra i Paesi europei con il maggior numero di espulsioni eseguite alla frontiera, a dimostrazione dell’impegno profuso dagli addetti ai lavori.

A margine devo però sottolineare come il mio sia un lavoro che viene di sovente strumentalizzato dalla politica, e raccontato in modo sempre diverso, a seconda degli interessi di parte, solo per portare a casa una ragione mediatica che non gioca alla miglioria del sistema dei rimpatri.

MAURIZIO LORENZI con il collega ROBERTO CENTAZZO

Siamo partiti parlando di immigrazione perché sappiamo tutti (almeno spero) che buona parte degli immigrati sono a rischio sfruttamento non solo di manovalanza, come per esempio raccoglierei i pomodori nei campi, ma anche e soprattutto di reclutamento da parte di organizzazioni criminali, le mafie nostrane come anche quella nigeriana e altre straniere presenti in Italia. Quanto è grande questo fenomeno, e come credi sia percepito dalla popolazione: più o meno grave della realtà che ti risulta?

La gente non conosce il fenomeno dell’immigrazione clandestina, se non per i brevi reportage e gli slogan politici che riempiono le televisioni. Ma questo per un semplice motivo: talvolta nemmeno gli addetti ai lavori sono ferrati come chi si muove sul campo, come può fare nello specifico la Polizia di Stato. Resto di stucco a volte quando leggo e ascolto certe narrazioni di cronaca che paiono tratte da un film e mai dalla realtà. Siamo un Paese che ha diversi problemi strutturali, tra cui l’immigrazione illegale certo, ma non se può parlare come se fosse l’unico problema. Detto questo, non essendo un esperto di mafie straniere, posso solo dire che esistono molte organizzazioni criminali “estere” che delinquono in Italia, spartendosi i settori della malavita. Droga e prostituzione, in primis, ma anche il traffico di armi e il favoreggiamento sotterraneo all’insediamento di cellule terroristiche. Pensiamo alle bande albanesi, a quelle nigeriane, alle strutture criminali piramidali cinesi, ma anche alle “baby gang” sudamericane che per certi versi, nelle metropoli di Milano e Roma, sono forse il problema sociale e giovanile maggiore. Ma al di là della reale percezione del fenomeno criminale straniero, la domanda che mi pongo è la seguente: alla gente interessa davvero, intendo sul serio, tutto questo? A volte sono portato a pensare di no…

Mi hai detto che svolgendo questo particolare lavoro a volte servono delle indagini anche piuttosto laboriose. Faccio conto che sia scontato tu abbia incrociato spesso i percorsi di qualche attività mafiosa e, soprattutto, in più ambiti, quindi ti chiedo: alla luce soprattutto delle ultime sentenze (Mafia Capitale che non è mafia, corruzione a Bologna con personaggi legati alla ‘ndrangheta, ecc.) con quale metro di giudizio possiamo definire che cosa è mafia e che cosa no? Anche perché da questo dipendono i capi d’imputazione e relative condanne, quindi l’ergastolo per mafia invece di qualche anno per associazione a delinquere semplice.

Da questo punto di vista le legge è chiara e non si può fare confusione: l’associazione per delinquere è di stampo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione, del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti e via discorrendo. Da qui non si scappa, e una volta che in Italia c’è chiarezza legislativa, teniamocela stretta. Detto questo, se a Roma, nel caso particolare, la recente sentenza della Cassazione si è espressa definendo “non mafioso” il fenomeno criminale in oggetto, non significa che la mafia a Roma non esista o che i criminali di quell’inchiesta la faranno franca. Significa solo che bisognerà cercare altrove “la stigmate mafiosa”, senza necessariamente far passare la riqualificazione della sentenza come una sconfitta dello Stato facendola confluire nell’ennesima polemica funzionale politica. Cambiano solo i capi d’accusa, non la sostanza, e non viene concessa la libertà sulla parola! Questo deve essere chiaro, in attesa ovviamente della lettura della motivazione della sentenza stessa che renderà tutto più comprensibile, anche nei dettagli.

Quindi, perché (sei/non sei) d’accordo con la sentenza che annulla l’ergastolo cosiddetto ‘ostativo’ (fine pena ‘mai’, salvo collaborazione con la Giustizia) anche per i mafiosi ? Per entrambi i pareri opposti sul tema ci sono ragioni ugualmente degne e/o legittime, mi pare, ora dicci le tue se vuoi.

Le leggi sui reati di mafia costituiscono un piccolo mondo a sé, nel panorama giuridico. Credo sia difficile trovare la formula magica per affrontare un fenomeno così complesso come quello che avvolge (e strangola) il nostro Paese da quasi 150 anni. È indubbio che molti passi avanti siano stati fatti nella lotta al contrasto alle mafie, anche se non va mai dimenticato il prezzo pagato in termini di vite umane tra gli appartenenti delle forze dell’ordine. Per quanto riguarda la collaborazione dei pentiti è stata molto spesso determinante per assestare colpi tremendi alle organizzazione mafiose, per cui credo che da essa, piaccia o meno, non si possa prescindere. Poi, sulle modalità di gestione delle stessa, il dibattito credo resterà pressoché eterno.

La teoria secondo cui all’estero non hanno ben capito cosa siano le mafie e come combatterla può reggere? In fondo in USA la combattono da decenni con risultati enormi, furono i primi a usare le intercettazioni oltre a certi tipi di infiltrati, insomma sono operazioni rimaste nella storia per reale efficacia, films a parte. Tra l’altro, loro vivono con infiltrazioni maggiori anche di Yakuza e mafia russa, non proprio dei circoli del cucito insomma. Possibile che l’Europa 2019 invece caschi veramente dal pero come una compagnia di allegre Alice nel Paese delle Meraviglie? C’è la globalizzazione anche per le Polizie, o no?

Non sarei drastico, o così esterofilo nel guardare l’erba del vicino come sempre “la migliore” rispetto alla nostra. Il fenomeno mafioso in genere è figlio della nostra cultura e noi sappiamo riconoscerlo e affrontarlo meglio di chiunque altro nel mondo. Non a caso il compianto Falcone ha fatto scuola negli USA, dove era considerato un riferimento assoluto per capire affrontare il fenomeno mafioso in veste americana. La polizia è meno globalizzata di quanto si possa credere, anche perché ogni Paese è talmente caratterizzato dai propri “meccanismi criminali” da essere difficilmente accomunati a quelli di altri stati, talvolta persino confinanti. Se pensiamo alle differenze culturali e storiche del nostro Paese, che sono la forza e il limite allo stesso tempo, possiamo comprendere in fretta il concetto, perché fare il poliziotto a Palermo non è come farlo a Milano. Sembra un concetto strano o semplice allo stesso tempo, ma nasconde una miriade di complessità.

Se godi di un minimo di confronto con le polizie estere, quali mezzi noti a loro disposizione che voi invece non avete, ma ritieni siano opportuni? E in cosa invece siamo più attrezzati?

Per esperienza personale a lungo raggio geografico, posso dire che i colleghi esteri stimano molto la Polizia italiana, forse più di quanto noi siamo in grado di stimare noi stessi dal nostro interno. Questo accade perché, nonostante i nostri numeri (di personale in servizio) e i mezzi non siano sempre i migliori e i più efficienti, riusciamo a svolgere il nostro lavoro con una passione e una duttilità tutta italiana, in nome del nostro modo di essere (storicamente siamo un popolo di artisti e viaggiatori, non a caso) che tende a risolvere il problema talvolta in modo pratico ed empatico. Faccio un esempio: i colleghi tedeschi che incontro all’estero mi dicono di ricevere indennità economiche relative alle missioni molto più basse delle nostre (e vi assicuro che noi non diventiamo per nulla ricchi con il nostro compenso) con orari di servizio spesso molto meno tutelati dai diritti sindacali che in Italia abbiamo invece faticosamente conquistato. Certo, c’è anche chi sta meglio (svedesi e, in talune specialità, i francesi) ma nel complesso la polizia italiana non sfigura affatto al punto che, dal punto di vista dei rimpatri eseguiti e portati a termine, è quella (a livello europeo) che registra la miglior percentuale di successo nel rapporto espulsioni/missioni portate a termine.

Come vedi evito domande che tocchino la politica, ma il legame tra politica e mafia è l’essenza della mafia, perciò una ti tocca: da poliziotto-scrittore qual è l’elemento culturale – sia generale, sia di mentalità che nelle scuole – che la politica sta trascurando perché questo Paese cambi davvero in meglio, e da quando lo sta facendo?

L’Italia è un Paese che non si indigna più per i fatti che caratterizzano e inquinano la quotidianità: credo che il problema di questo sia (quasi) tutto qui. Ci siamo abituati a tutto, in nome di un atteggiamento passivo che ci porterà sempre all’interno dello stesso meccanismo: cambiare tutto affinché non cambi niente, per citare Tomasi da Lampedusa. La speranza in un mondo migliore è tutta nello sguardo dei ragazzi che incontro quando vado nelle scuole. Loro sono l’unica prospettiva reale di un Paese che pare sopravvivere e boccheggiare aggrappato alla sua benedetta tradizione, all’insegna del nepotismo e del senso esasperato della famiglia. Quando parlo loro degli eroi silenziosi dei miei libri (come Emanuela Loi o Antonio Montinaro, ma anche di Falcone e Borsellino, delle loro storie, di come sono stati assassinati e degli ideali per cui si sono battuti) i loro occhi si illuminano e allora comprendo che non tutto è perduto. Se gli adulti vedono la pizza e la partita di calcio come gli unici beni da preservare e a cui tendere, nell’ambito della mera quotidianità, i ragazzi possono invece intraprendere strade diverse. È nelle scuole che si deve lavorare, ognuno con le proprie specificità dove magari, anche noi poliziotti, che spogliati della divisa restiamo pur sempre uomini come tutti gli altri, possiamo portare un piccolo contributo in questo senso.

La gente si chiede: “ ma come mai sanno tutti dove spacciano, i ‘giri’ strani, cosa si fa e chi lo fa ma non li vanno mai a prendere?”

Sarò schietto: me lo chiederei anche io, se fosse nei panni del cittadino, non c’è nulla di male nel porsi una domanda simile. Al di là delle polemiche sterili e dei luoghi comuni, credo che la questione di fatto sia molto semplice: ci sono questioni di opportunità e possibilità.

Di opportunità, nel senso di “prettamente politiche” poiché periodicamente (a fasi alterne) si sceglie quale reati combattere a discapito di altri, anche per motivi di “comunicazione” pubblica.

Di possibilità, poiché i numeri degli operatori delle forze dell’ordine vi assicuro che sono risicati, perciò non si può arrivare dappertutto. Vi faccio un esempio: se ci sono tre macchine che pattugliano il territorio in una città di 150.000 abitanti è chiaro che bisogna scegliere quali obbiettivi e reati prevenire. Se ce ne fossero sei, sarebbe tutto diverso. E così via per i vari uffici di polizia e per ogni settore investigativo, dove la coperta è spesso corta, anche se da questo punto di vista credo che anche le altre forze dell’ordine navighino a vista come facciamo noi.

Te l’ho chiesto perché questo è il pensiero di chi spesso si augura il ritorno alla pena di morte come punizione esemplare, non sapendo che se non esiste più è per motivi molto pratici e non per bontà umana. Ti chiedo se la ritieni una possibile soluzione, come usano in USA.

Personalmente non sono favorevole alla pena di morte. Dopo aver giustiziato una persona non si può più tornare indietro e quando si scopre che si è verificato un errore giudiziario come ci si comporterebbe? Fare marcia indietro sarebbe impossibile e la storia insegna che di errori da questo punto di vista ne sono stati fatti e se ne continuano a fare. Il carcere duro (e continuativo) penso sia una soluzione ideale, per reati gravi ed efferati. Premesso che si tratta di un parere personale, credo che in Italia la pena di morte non si vedrà mai. È troppo lontana dalla nostra cultura storica e dagli ideali democratici dettati della nostra bellissima Costituzione (perché bellissima è, provate a leggerla qualche volta).

Chiudiamo il cerchio con l’argomento principale: la rieducazione. È lo scopo principale della pena, sancito dalla Costituzione. Tu credi davvero che si possa rieducare un criminale incallito? E più in generale, cosa manca al sistema carcerario per poterlo realizzare davvero?

La domanda è complessa e delicata. Non sono in grado di dire se un criminale incallito possa essere rieducato. A volte ne dubito, ma fino a prova contraria può essere sensato tentare di farlo. Il sistema carcerario italiano ha parecchi problemi, soprattutto strutturali. Le carceri sono vecchie e inadeguate, quasi sempre sovraffollate e gestite da un numero esiguo di guardie carcerarie, spesso sotto organico. Moltissimi detenuti presenti (troppi, diciamolo) e pochi vigilanti creano un mix pericoloso e potenzialmente esplosivo, generando un malessere generale che rende da un lato la detenzione poco mirata alla rieducazione dei carcerati e dall’altro la vita delle guardie estremamente stressante. Non a caso tra le fila delle guardie carcerarie si registrano il maggior numero di suicidi tra le forze dell’ordine. E non credo sia un caso. Servirebbero più risorse, carceri nuovi e nuovi assunzioni. Forse dico cose ovvie, eppure queste problematiche permangono, come dire… “vita natural durante”.

Domanda più personale. Dovendo nuotare in mezzo alle brutture dell’umana miseria e cattiveria, quanto ti porti a casa di questo bagaglio pesante nell’animo? Riesci a non farti mai condizionare nell’umore quando torni a casa?

Onestamente penso che la bruttura umana possa essere dentro ogni dettaglio o ogni persona, sopratutto quelle che non sorridono: dal vicino che non hai mai conosciuto nonostante gli anni di vicinato, al collega di lavoro che ti squadra con indifferenza, all’automobilista che non si ferma per far attraversare una persona anziana sulle strisce pedonali, alla freddezza della mamma del compagno di classe di tuo figlio che incroci ogni santo giorno. E potrei andare avanti all’infinito. Certo, chi fa un lavoro come il mio incrocia necessariamente anche il lato criminale delle persone, quello perverso, doloso, che si concretizza in comportamenti penalmente perseguibili. “Ma dipende tutto da come la vedi” (cantava Ligabue), nel senso che l’empatia con il mondo che vivi ogni giorno ti porta a vivere la realtà con una componente emotiva altissima (entrare in sintonia con il criminale di turno ti può aiutare ad affrontarlo meglio e forse a neutralizzarlo) e nel contempo e distaccarti da essa una volta terminato il turno di lavoro.

Certo, spesso certe scorie ti restano addosso comunque, e le vite altrui insieme alla loro sofferenza intrinseca è come se si sedimentassero dentro di te, da qualche parte, da dove prima o poi andrai ad attingere.

Con gli anni ho capito che il nostro è un lavoro totalizzante, nel senso che non si smette mai di essere ‘sbirri’. Perché per noi non esistono domeniche, feste comandate, notti sicure o giorni sacri in cui non si lavorerà mai. Perché restiamo sempre sbirri, nostro malgrado.

Almeno, questo è quello che io sento…

Chi è Maurizio Lorenzi:

nato a Bergamo nel 1973, segno zodiacale gemelli. Appartenente alla Polizia di Stato dal 1993.

Nel 2005 pubblica Racconti sulla strada (Sottosopra edizioni, prefazione di Vittorio Feltri), la sua opera d’esordio. Una raccolta di storie autentiche, raccontate con ironia ma capaci di toccare sia il sacro che il profano, la passione per i viaggi, l’importanza dell’amicizia e tutto ciò che riguarda la vita un poliziotto, lato professionale incluso.

Nel 2008 firma A modo mio (Edizioni Il Molo, prefazione di Savino Pezzotta), ideale continuazione di «Racconti sulla strada». Un romanzo atipico con tenui tinte gialle. I protagonisti sono una serie di appunti, rinvenuti casualmente da un uomo un po’ “sui generis” che riesce nell’impresa di trasformali in un libro.

Nel 2011, firma Racconti di strada (Edizioni Ananke), nato come remake di Racconti sulla strada, collage di racconti narranti inseguimenti rocamboleschi, i turni di notte, le violenze da fronteggiare, le ingiustizie, l’odore del sangue, i ladri da quattro soldi e i ladri gentiluomo, i ricettatori e gli evasi, il profumo della polvere da sparo, l’adrenalina, la rabbia, le cazzate e le sbadataggini, la farraginosa burocrazia, gli sbirri “sui generis”, i mille rimedi per ogni circostanza che fanno sorridere e sullo sfondo, il mondo ricco di contraddizioni di Lampedusa, nel bel mezzo degli sbarchi, quando realizzi che chi ti sta guardando negli occhi ti sta ricordando il valore della vita.

Nel 2012 firma il racconto L’ultima lettera, inserito nella raccolta di scritti e ricette “Il gusto del Piemonte” edito da Conti Editore, a cura dell’Associazione Scrittori e Sapori. Introduzione a cura di Bruno Quaranta.

Nel 2013 firma Sbirro Morto Eroe, le verità giudiziarie (Conti Editore), la ricostruzione del conflitto a fuoco del 6 febbraio 1977 avvenuto al casello autostradale di Dalmine, tra due pattuglie della Polizia Stradale e alcuni membri della banda Vallanzasca.

Nel 2014 firma Eroi senza nome, Imprimatur, vincitore del diploma d’onore del premio letterario Il Molinello 2016 per la sezione saggistica.

Nel 2016 firma Identikit, il disegnatore di incubi, Imprimatur. Nel 2018 pubblica Il comunicatore, Imprimatur. Pubblicista e free lance, coltiva di continuo nuove idee per arrivare, un giorno, forse, a capirsi.

2 thoughts on “Clandestini e criminalità: vogliamo davvero sapere? Maurizio Lorenzi, il ‘poliziotto che scrive’

  1. Caro Maurizio, scrivi bene e sei animato da nobili sentimenti. Ma quando dici che per conoscere nostra (di chi ?) bella costituzione, basta leggerla, dimostri una comunissima ingenuità. In quanto alle nostre mafie, esistono per due motivi : perché le vuole lo Stato (diciamo pure i partiti di governo), e le vuole il cittadino laddove manca lo Stato. E lo Stato manca dappertutto. Oppure vogliamo dire che esistono più Stati nello Stato ? Un Paese irrimediabilmente diviso e inconciliabile, non può configurarsi Stato. Ogni confronto tra noi e gli altri Stati non ha senso, perché noi non siamo uno Stato. Lo siamo solo sulla carta. Allo stesso modo la nostra è una costituzione di carta. Se non si comprende questo, le tue nobili parole, diventano solo ingenuità.

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  2. Caro Vincenzo, non credo di essere ingenuo, e nemmeno idealista. Potrei sintetizzare la mia replica in una frase: lo stato siamo noi, con le nostre individualità e le nostre pecche. I partiti che si sono alternati alla guida del Paese, e i relativi governi sono lo specchio del popolo che li ha eletti. Detto ciò, è vero che siamo uno stato giovane con mille difetti (servirebbe un trattato per elencarli) ma se ci mettessimo in discussione ognuno di noi in primis, forse potremmo fare dei piccoli passi avanti. Ammettere di essere “una parte” integrante delle cose che non vanno in Italia, può essere un gesto costruttivo. In ogni caso, rispetto ogni opionione, perché il confronto non può che arricchire. Un abbraccio.

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