‘Don’t cry for me Argentina’: Vincenzo Maimone, un Filosofo a Baires

(di Vincenzo Maimone)

Sono Professore Associato di Filosofia Politica presso l’Università di Catania. 

Mi trovo in Argentina nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale, una Marie Curie Rise il cui titolo è “Kant in South America“. Ritengo che la vicenda Argentina possa avere un qualche interesse per noi italiani, poiché ci permette di comprendere non soltanto quali siano gli esiti delle politiche economiche liberiste, ma anche quale sia il pericolo sottostante alla riduzione delle politiche sociali. C’è un punto di non ritorno che determina il collasso di una società. E tale punto si raggiunge non appena il divario socio-economico diventa talmente ampio da impedire di vivere una vita degna di essere vissuta.

Data questa premessa, vi scrivo cosa ho visto e percepito in prima persona. E sì, ascoltatevi pure la famosa e bellissima canzone su Evita Peròn se volete immergervi del tutto nel mio viaggio e nel cuore di questa terra.

A Buenos Aires oggi piove. Una pioggia scrosciante, rumorosa che rimbalza sull’asfalto e scorre via rapida lungo le strade. Le nuvole attraversano velocemente il cielo grigio spinte da un vento che annuncia burrasca. Ogni tanto un lampo illumina le nubi per far sapere che il maltempo non intende mollare la presa sulla città.

“Ottobre è un mese di transizione qui in Argentina. La tarda primavera si prepara a cedere il passo all’estate, al caldo asfissiante e umido, ma nel frattempo si lascia andare a temporali improvvisi, intensi. Ottobre è un mese di attese quindi, di speranze e progetti da realizzare quando la bella stagione finalmente arriverà.

Mai come quest’anno, la situazione meteorologica ricalca perfettamente la condizione sociale e politica del paese.

L’Argentina è un paese in transizione. Tra esattamente due settimane si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali (l’eventuale ballottaggio è previsto per il 24 novembre), ma andando in giro per la città non si respira l’aria agonistica da competizione. Al di là dei manifesti, e di qualche banchetto per il volantinaggio, il tutto sembra scorrere con toni sommessi. Probabilmente gli animi si scalderanno nella prossima settimana; probabilmente si tratta di una scelta di sobrietà dettata dalla difficile situazione economica del paese; o forse, più semplicemente, dalla rassegnazione di chi sa di non poter vincere, e dalla convinzione ottimistica di chi sa che non potrà perdere.

Da un lato, la lista “Juntos por el cambio” (Uniti per il cambiamento, ndr) del Presidente uscente Mauricio Macri di area liberale dato per sconfitto dai sondaggi e dalla tornata pre-elettorale dell’agosto scorso che lo ha visto superare di oltre 16 punti percentuali dal candidato del “Partido Justicialista” (Partito per la Giustizia, ndr) Alberto Fernandez, affiancato nella eventuale esperienza di governo da Cristina Kirchner, in qualità di vice-presidente.

Dall’altro, appunto, il candidato peronista a cui spetta un compito tutt’altro che semplice in caso di una, ormai quasi certa, vittoria.

Intorno ad essi altri 4 candidati afferenti a liste di sinistra, centro o destra, le cui percentuali attualmente non sembrano preoccupare i candidati maggiori né tantomeno far immaginare un sorprendente exploit.

Ma che paese è oggi l’Argentina?

Sono ritornato a Buenos Aires esattamente dopo un anno. L’anno scorso l’atmosfera che si respirava era quella di una tensione palpabile.

Ho ancora in mente le manifestazioni di protesta davanti al palazzo del Congresso nei giorni della discussione e della votazione del “presupuesto” (di fatto la manovra finanziaria), dettato dalla necessità di accettare le clausole capestro imposte dal FMI (Fondo Monetario Internazionale, ndr) per la concessione del prestito utile ad alleggerire la crisi di liquidità e le esposizioni finanziarie del paese.

Ciò che mi colpì allora era la profonda contraddizione di un paese dalle infinite opportunità e caratterizzato da una invidiabile organizzazione nelle infrastrutture (ci tengo a precisare che la mia visuale è ristretta a Buenos Aires), nella quale tuttavia, la forbice sociale e economica è sempre più divaricata.

Ciò che ho ritrovato quest’anno, la sensazione che ha caratterizzato questa mia prima settimana di permanenza nella capitale è una sorta di mesta rassegnazione. Si percepisce chiaramente che le condizioni economiche sono peggiorate. L’Argentina è un paese che si sta impoverendo. L’inflazione fagocita a ritmi forsennati il potere di acquisto di una moneta inconsistente, il Peso argentino.

E tutto questo lo si incontra camminando per strada e osservando il numero di senzatetto che dorme stabilmente sotto gli androni dei palazzi; notando il grande numero di placchette antitaccheggio nei supermercati in prodotti quali l’olio, le sottilette, lo shampoo, e altri generi considerati per molti ormai un lusso; te ne accorgi nel modo in cui si effettuano gli acquisti: sempre meno denaro contante e pagamento rateale anche per la spesa giornaliera al supermercato.

La classe media e quella lavoratrice hanno pagato e pagano ancora la scelta scellerata di adottare politiche liberiste, l’alto livello di corruzione e una legislazione che, ad esempio, non ha ancora reso legale l’aborto. Settori come le politiche sociali e l’istruzione sono state erette a vittime sacrificali dei tagli imposti dalWashington Consent”.

A Buenos Aires oggi piove, ma in molti guardando il cielo cercano di scorgere tra le nubi incombenti un pallido raggio di sole.

Chi è Vincenzo Maimone: Professore Associato di Filosofia Politica presso l’Università di Catania, è anche apprezzato scrittore di gialli pubblicati da Fratelli Frilli Editori. Tra i vari riconscimenti letterari, Premio Romiti (2016), Vincitore Sezione scrittori Emergenti; Premio Letterario Cento Sicilie, Cento Scrittori (2018, terzo classificato).

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