Speciale approfondimento-pt 2. Fabrizio Borgio, una vita tra guerre e libri

Seconda parte dello speciale in due puntate dedicato alla narrativa per i giovani e alla storia, fin anche al racconto struggente di un’Africa che non conosciamo, al contrario di un Fabrizio Borgio, scrittore piemontese con la passione dei luoghi, che l’ha vissuta per anni da soldato. Ecco la sua testimonianza

(di Dario Villasanta)

Un inedito e giovane Borgio sergente di Cavalleria

Fabrizio, secondo la tua opinione, perché in geografia e storia si insegna tutto il mondo e non l’Africa?

Non riescono nemmeno a insegnare decentemente la nostra di storia… c’è un enorme problema di distribuzione dell’insegnamento della storia nei nostri programmi. Certo, con la consapevolezza delle trasformazioni epocali a cui stiamo assistendo, un allargamento della conoscenza di questi nostri vicini di casa sarebbe doveroso.

Ma abbiamo davvero voglia di conoscere l’Africa, o forse no?

Parlando mettendomi nei panni sempre dell’uomo “medio” (che brutto questo termine) no. C’è il rifiuto di conoscere e l’insofferenza verso tale proposta. Attualmente il cittadino è dominato da rabbia e rancore verso tutto quel che imputa colpevole dei suoi disagi, della sua relativa povertà. Una cosa che la sinistra liberista e fighetta non ha voluto capire. La proletarizzazione sfocia in reazione, i poveri sono incazzati, non sono figure naif ed è inevitabile che a uno snobismo originato da un’alta istruzione e un certo benessere economico, la controreazione guardi a destra. Con gli splendidi risultati di questi ultimi tempi. Gli errori si pagano. E cari.

Voglio approfondire il tema razzismo con te. Hai avvertito di persona come loro percepiscono l’umanità del prossimo, e al contrario di noi non hanno l’ossessione del colore della pelle. Come ti spieghi che invece noi ‘bianchi’ abbiamo questo chiodo fisso del colore?

Difficile da spiegare, sottolineando tra l’altro il fatto che il razzismo esiste anche tra africani neri: basta citare l’eccidio perpetrato tra Hutu e Tutsi. Il “noi” e il “loro” è insito nella natura umana da sempre. Non a caso le prime forme di socializzazione si basavano su appartenenze comuni contrapposte agli “altri”, le Chefferies, le tribù. Sospetto abbia contribuito un concetto di canone estetico: fin dagli antichi romani, la complessione chiara, i capelli biondi erano visti con venerazione. L’ideale bene o male si è perpetrato nei secoli e l’uomo nero era visto quindi in antitesi a tale visione. Quando poi l’Europa ha iniziato la colonizzazione del continente, la denigrazione dell’indigeno, del nero al quale era negata umanità e pari sviluppo intellettuale creava un alibi perfetto per giustificare massacri e sfruttamento. La dinamica è invariata.

Se tu fossi in Africa, e dovessi spiegare a una africano perché adesso gli italiani sono o sembrano, razzisti, come glielo spiegheresti?

Perché c’è tanta ignoranza e tanta paura. Ignoranza nel senso etimologico del termine, ovvero non conoscenza; paura, in quanto figlia e conseguenza dell’ignoranza. Purtroppo, alcuni partiti politici alimentano, volontariamente e involontariamente questo stato di cose per consolidare il loro potere. Una dinamica che comprendono bene anche là.

Non sei il primo a dirmi che far leggere il Manzoni nelle scuole sia deleterio, disincentiva la lettura tra i ragazzi facendogliela sembrare subito un qualcosa di noioso. Vuoi spiegarci la tua opinione in merito, e magari cosa faresti tu se fossi il Ministro del MIUR?

Per quanto caposaldo della nostra letteratura rimane un testo non facile e immediato, non esattamente l’ideale per far accostare un ragazzino all’amore della lettura, amore, tra parentesi, che sviluppano spontaneamente piuttosto in fretta. Secondo le statistiche, in Italia i lettori più forti sono i giovani dai dieci ai diciassette anni. Si rompe qualcosa con la maggiore età. Adesso, lungi da me demonizzare I Promessi Sposi, che letto extra scolasticamente rimane un grande romanzo ma lo farei affrontare dopo un percorso propedeutico di letture alternative più leggere. Un’evoluzione per gradi, partendo da libri espressamente mirati ai più giovani, per esempio Geronimo Stilton, Harry Potter e accostandoli gradatamente a opere alte, Il Giovane Holden comunque è citato spesso dagli adolescenti come anche I turbamenti dell’allievo Törless Lascerei anche grande libertà di scelta nei titoli da leggere per diletto e indipendentemente dalle opere scelte, discuterle e analizzarle successivamente in classe. L’analisi dei testi trovo sia sempre più sottovalutata. Ah,  dimenticavo: aggiungo un contemporaneo da far leggere nelle scuole, ‘Lo stato di ebbrezza’ di Valerio Varesi.

Veniamo alla stretta attualità e al tuo genere letterario, il noir. Sei particolarmente apprezzato per come imposti l’ambientazione geografica ai fini della storia e del tratteggio dei personaggi, ma diverse voci in Italia insistono a levarsi contro questo ‘provincialismo italico’ che ci impedisce di raggiungere vette mondiali di diffusione. Per contro, testimonianze di amici all’estero mi ripetono sempre che, se c’è una cosa che piace delle nostre storie, è proprio la caratterizzazione ambientale. Tu che idea hai in genere sull’argomento?

È la tipica polemica che può sorgere in un paese come il nostro, che vive nella ricerca spasmodica della critica denigratoria. Il localismo non è possibile ignorarlo in Italia dato che il noir è una lente d’ingrandimento su vizi e peccati della società e la società italiana è locale per antonomasia. La nostra storia è locale, basta pensare all’impatto che hanno avuto sullo sviluppo della civiltà i Comuni. E confermo che mercati esteri, per i quali, tra l’altro traduciamo pochissimo (i costi, ah! I costi) tipo quello inglese e tedesco, avrebbero una morbosa curiosità di leggere delle nostre storie piemontesi, liguri, pugliesi o emiliane che siano. Siamo tante piccole patrie e questa è un’evidenza che ostinarsi a non riconoscere può solo far del male. Io piemontese posso scrivere benissimo una storia ambientata in Calabria ma non avrò mai l’occhio e la sensibilità di un calabrese a raccontare sfumature e l’intimo sentire dell’anima di un posto. L’approccio sarà sempre quello di un occhio esterno che può cogliere altre cose.

Il Fabrizio Borgio che ho conosciuto a Bologna (vedi Paura sotto la pelle 2, novembre 2018) ama viaggiare, imparare, conoscere luoghi e persone. Come vedi gli autori italiani che ambientano le loro storie all’estero non essendoci mai stati, o al limite essendoci passati per una settimana di vacanza? Sono credibili? Puoi fare nomi, se vuoi.

Un bravo scrittore non deve farsi problemi a raccontare qualunque cosa, l’importante è che lo faccia con cognizione di causa. Ho però sempre forti perplessità di fronte a romanzi per esempio ambientati negli USA con personaggi americani come protagonisti. Mi rimane sempre quel gusto di tarocco che inevitabilmente mi rinviene quando si vuole copiare un modello. Mi chiedo sempre: hanno mai provato a leggere una storia ambientata in Italia con personaggi italiani raccontati da un inglese? Io le trovo caricaturali e mai corrispondenti a quel che siamo. Leggo l’idea che un inglese ha dell’Italia e non l’Italia. Diverso discorso se il protagonista è un italiano che va, che so, in Svezia, allora lì leggo che cosa vede un Italiano della Svezia, il famoso “occhio esterno” di cui parlavo nella risposta alla domanda precedente. L’occhio esterno coglie cose che chi le vive da sempre può dare per scontate o che non percepisce proprio perché ne fa parte.

Terminiamo con un consiglio di lettura. Io amo libri che parlano di soldati, vedi ‘Gli sporchi dannati di Cassino’ di Sven Hassel, ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’ di Remarque o ‘Vent’anni di imprecazioni e gloria con l’Imperatore’, memorie di un analfabeta (B. Coignet) che divenne maresciallo di Napoleone. Che romanzi suggeriresti per rendere l’idea di cosa sia la vita del soldato?

Per gli Italiani non posso non citare Rigoni Stern con ‘Il sergente della neve’ e ‘Un anno sull’Altipiano’ di Lussu. Curioso che con tutte le missioni accumulate negli ultimi trent’anni non esista una produzione di romanzi contemporanei a riguardo, a parte forse Il corpo umano di Giordano. Di stranieri la scelta si allarga e annovero tra i tanti ‘Nato per uccidere’ di Gustav Hasford, il romanzo da cui Kubrick ha tratto ‘Full Metal Jacket’. Il resto dei titoli che mi sovvengono sono soprattutto reportage o memorie, come quelli di Andy NcNab. Forse, l’universo militare e la guerra, oggi, sono terreni ancora esplorabili.

‘Territorio Comanche’ di Arturo Perez Reverte, aggiungerei io. Gran prova di narrazione di un inviato di guerra.

E sull’onda dei titoli letti o ancora da leggere che mi possano far viaggiare, con la mente, in terre lontane eppure tanto vicine, chiudo questo approfondimento con una punta di amaro nel cuore per aver avuto conferme, se già non le avessi avute, di quanto distanti anni luce siamo dal vivere realmente il mondo che ci circonda, con le sue bellezze estasianti e contraddizioni più profonde.

Grazie a Fabrizio Borgio per la sua preziosa testimonianza – pazienza – quanto a voi, potete godervi i sui viaggi e avventure in parole cercandolo in libreria.

 

 

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