Speciale approfondimento: Fabrizio Borgio, un soldato in carta e penna

Uno speciale in due puntate dedicato alla narrativa per i giovani e alla storia, fin anche al racconto struggente di un’Africa che non conosciamo, al contrario di un Fabrizio Borgio, scrittore piemontese con la passione dei luoghi, che l’ha vissuta per anni da soldato. Ecco la sua testimonianza

(di Dario Villasanta)

Ho conosciuto Fabrizio Borgio con occasione di una rassegna sulla paura, dove a braccetto della moglie incarnava il perfetto ruolo del turista di mezza età che ama godersi a piedi i luoghi che visita per non perdersi niente. Non a caso era a Bologna per spiegare il motivo della sua specialità: usare il luogo come carattere vivo, parte integrante della personalità dei suoi protagonisti e delle sue storie.

Ma mi sono subito reso conto che Fabrizio Borgio era ben più dello spensierato turista che calpestava i sanpietrini di Bologna tra una lasagna e un tortellino: era un uomo che osservava molto, molto attentamente qualsiasi cosa lo circondasse. Fu approfondendo la sua conoscenza che appresi del suo passato di giovanotto timido che, sembra un paradosso, sceglieva di servire la patria sotto le armi per assecondare il senso dello Stato e del dovere che sente appartenergli. Dalle sue parole, si è aperto il  mare di confessioni delicate, a volte dolorose per tutti noi, che segue.

 

Fabrizio, racconti che da giovanissimo eri molto timido, ma che la lettura e la scrittura ti hanno aiutato a non vivere questa particolare sensibilità come un freno, anzi. Fu solo spirito di emulazione a spingerti a scrivere, o cos’altro?

No, non si può dire che fosse mero spirito di emulazione. C’era l’esigenza di tirare fuori tutto quello che mi fermentava dentro, il desiderio di raccontare e raccontarsi che credo sia endemico nell’animo umano. Perciò scrivere si è dimostrata una evoluzione che ha sì, permesso la mia personale risoluzione dell’adolescenza ma soprattutto una componente fondamentale del mio essere; questo indipendentemente dal fatto che sia poi riuscito a far pubblicare i miei libri.

E i giovani d’oggi, secondo te, cosa o chi possono emulare? Mi sembra che tra calciatori, rapper e influencer, abbiano un bel problema a trovare un esempio da seguire.

Discorso complesso, viziato senz’altro da un gap generazionale che non mi rende il soggetto più adatto a parlare di giovani. Oggi tutti si raccontano, i nostri account sono i diversi supporti attraverso i quali si sviluppa la storia delle vite di ognuno. La rete ha riconfigurato il concetto di “celebrità”, ora può esserlo chiunque, potenzialmente. A questo oppongo però un problema di percezione: la rete amplifica e può far credere che una minoranza nel reale sia una maggioranza schiacciante nel virtuale. Hanno più peso, nel percepire, per esempio duemila insulti sotto un post invece di diecimila persone in piazza a manifestare. L’emulazione oggi riguarda l’idea di una “way of life” piuttosto di una “way of mind” e tutto, sempre a mio sindacabile parere, è originato da una percezione del tempo vissuto che non contempla più la progettazione futura ma il vissuto in tempo reale. Marc Augè scriveva in un saggio (Che fine ha fatto il futuro) che dopo i non luoghi adesso viviamo in un non tempo. Oggi, temo, l’emulazione di uno scrittore non passa per quello che ha scritto ma per la fama e la visibilità che questi ottiene. Sarà interessante e anche inquietante vedere l’evoluzione di questo sistema che mi appare molto simile ai famigerati titoli tossici. La rete è un ambiente in evoluzione costante, nel bene e nel male.

La tua gioventù fu segnata anche da un’altra scelta di vita che oggi sembra lontanissima: la scelta della carriera militare. Un controsenso per un amante delle Lettere, o no? L’ambiente militare non è famoso per sensibilità culturale, e la vita di caserma ancora meno. Come conciliavi le due cose?

Un inedito e giovane Borgio sergente di Cavalleria

Arruolarmi era stata una volontaria terapia shock per uscire da quella cappa opprimente che era la mia stessa timidezza. All’epoca scegliere la divisa era prerogativa dei giovani del mezzogiorno, nella quale vedevano l’unica alternativa concreta per un posto sicuro e uno stipendio dignitoso. L’Esercito di leva sfruttava il nonnismo come comodo coadiuvante al mantenimento della disciplina e l’intero sistema di addestramento era ridotto al minimo sindacale. L’anno di naja, e lo dico da ex sottufficiale, era nell’80% dei casi una vera perdita di tempo ma, nei giusti contesti e soprattutto con la mentalità giusta era comunque una scuola di vita. Ci ero entrato con lo spirito della vocazione: servire lo Stato coincideva col servire la collettività, il popolo. Difenderlo. Un ideale ai miei occhi altissimo, nobile. Ciò nonostante, non avevo permesso a quel micro cosmo di cambiare una virgola degli aspetti che in me erano saldi e dirimenti. L’amore per le lettere in primis. Ho vecchie foto fatte in diverse caserme dove nei miei momenti di relax ero stato ripreso con libri in mano. L’Esercito era stato quindi vocazione ed esperienza e l’esperienza è uno dei carburanti di chi vuol essere scrittore.

Da chi è stato operativo nelle zone ‘calde’ del pianeta, voglio un’opinione sul modo in cui viene spiegata la guerra ai giorni nostri, che sembra così lontana… Per non parlare delle grandi guerre del secolo scorso, che per i giovani sono avvenute probabilmente su Marte. Come si fa a raccontare la guerra oggi?

La guerra non viene spiegata, viene venduta con accurate operazioni di marketing e story-telling (scusate gli anglicismi ma rendono bene l’idea). Hanno iniziato a chiamarle “missioni di pace” poi si erano inventati “l’esportare la democrazia” poi “guerra al terrorismo”. La guerra è virtualizzata, è l’occhio elettronico di un drone, i morti sono “effetti collaterali”. La percezione del pubblico è totalmente anestetizzata: la guerra non è più sangue, non è più distruzione. È una colossale operazione di covering (copertura) si cerca di polarizzare le parti, operazione che solo una mente ingenua ormai può metabolizzare. Buoni occidentali da una parte, cattivi orientali dall’altra e tale polarizzazione è inoltre fortemente politicizzata, sempre in un’opera di schematismo che stiamo superando in nome di un altro schematismo. Fino a poco tempo fa c’era l’Occidente filo USA e NATO dei partiti di centro destra, liberisti e atlantici dalla parte del bene e del mercato e dall’altra una criminalizzata sinistra dalla parte degli scuri di pelle e dei terroristi. Una semplificazione tanto idiota e odiosa quanto efficacie. Adesso con il ribaltamento apportato dalle destre sovraniste i cattivi continuano a essere quelli di sinistra abbinati al grande mercato globalizzato. Un giro di frittata fenomenale che ha preso piede in maniera sbalorditiva. In definitiva, raccontare onestamente una guerra oggi è operazione improba, che solo un’informazione variegata e capillare può permettere. È diventato un lavoro difficile che è uno degli obiettivi raggiunti da chi le guerre le vuole.

Il passato invece è sempre più vago, la storia qualche nozione viziata da uno strisciante revisionismo storico che sta facendo disastri. Percentuali allucinanti di studenti che hanno idee vaghe o nulle sull’Olocausto. Liceali convinti che la bomba in piazza Fontana l’abbiano messa le BR (sic!) Tempi duri.

Mi allaccio alla domanda precedente: hanno inserito l’ora di educazione civica a scuola, ma tolto spazio all’insegnamento della Storia. Ha senso secondo te? Come si può instillare civismo senza la conoscenza della Storia?

Impossibile. Mi spiego: ben venga l’educazione civica, una società come la nostra ne ha un bisogno disperato ma è inutile spiegare che siamo una Repubblica parlamentare se non si sa da cosa è nata e come è stata scritta la nostra Costituzione. Inoltre non sarà una materia in più da imporre ad adolescenti di medie e superiori a costruire in loro il senso dello Stato come espressione di ogni singolo cittadino. Ci vuole a mio sindacabile parere, un’operazione più profonda da far iniziare fin dagli asili e affiancandogli un’attività di tipo associativo, una sorta di scoutismo laico che costruisca solidarietà, cameratismo e rispetto per le istituzioni. Piccole grandi cose come insegnare a non sporcare, fare in modo, come in Germania, che gli studenti delle scuole contribuiscano alle pulizie della scuola in modo che ci pensino tre volte prima di lasciare il refettorio un disastro. Cose così.

Cosa diresti a un ragazzo che si va ad arruolare? Servirebbe ancora la naja ai ragazzi?

Direi solo di pensare molto bene alla sua scelta, perché fare il militare seriamente è innanzitutto un sacrificio. 

La naja? Non com’era ai tempi in cui era attivo il servizio di leva. Un servizio militare mondato dai difetti sociali e caratteriali che percepisco oggi come ieri lo vedo ancora positivamente. Anzi, vedrei ancor meglio un servizio militare basato sul riservismo che coinvolge periodicamente il cittadino e lo rende continuamente conscio e responsabile. Un’utopia per com’è l’Italia adesso (sono pessimista, lo so)

 Cos’è la politica per te?

Dovrebbe essere lo strumento principe per costruire una società umana civile. La Politica che ho in mente è parte del cittadino, non è semplice militanza ma partecipazione. Un attrezzo che permetterebbe all’uomo di operare attivamente per la propria nazione. Ovvio che così non è adesso.

In periodi di polemiche e accuse reciproche sulle cause dell’immigrazione dall’Africa, abbiamo ascoltato tesi tra le più fantasiose, altre più vere ma inascoltate. Cosa sappiamo noi dell’Africa in realtà?

Dell’Africa si sa poco per non dir niente, ma si sa poco anche del resto del mondo. Viviamo in una bolla fatta a forma di stivale e la consapevolezza di quel che sta capitando è prossima allo zero per l’uomo della strada

Quindi, ciò che viene raccontato dai giornali è più menzogna o verità?

Il livello d’informazione è basso e non lo dico io ma le classifiche internazionali. Ci si muove all’interno di “narrazioni” e cioè storie e come tutte le storie a seconda dell’ottica da dove si raccontano, cambiano i parametri: chi sono i buoni, chi i cattivi. Cos’è giusto e cos’è sbagliato. Manca l’oggettività travolta dalla soggettività perciò la menzogna, nei media nazionali tende ad avere il sopravvento sulla realtà

Tu, che sei stato operativo in zone calde dell’Africa, sei testimone diretto di come vivono realmente la fame laggiù, poi torni a casa e ne senti parlare qui… Ci sarà senz’altro differenza: cosa provi al riguardo?

Vergogna.

Solo vergogna? Pesante…

Anche desolazione. Come ti dicevo prima manca l’oggettività e l’oggettività per la realtà africana è tra l’altro estremamente variabile. La fame che ho visto è qualcosa di inconcepibile per l’occidentale medio. Da noi la fame è la povertà: la difficoltà per un pensionato a comprarsi il filetto una volta alla settimana, la famiglia che non arriva a fine mese e fatica a pagarsi una spesa completa ed equilibrata. Io parlo di un confine labile tra la mera sopravvivenza e la morte d’inedia. Sono la mortalità infantile, donne e uomini scheletriti come reduci di Mathausen, la disperazione portata da una nutrizione basata su sottili focacce di acqua e farina. Siamo su pianeti diversi. E poi c’è l’Africa povera che cerca di mandare le sue ultime generazioni in forze a cercare un riscatto dalla miseria verso il nord del mondo, che è quella che conosciamo maggiormente e sulla quale parametriamo un intero continente.

Tra l’altro, impietose sono state le inchieste di Paolo Barnard (co-fondatore di Report, ndr) in Africa e su come il nostro tenore di vita affami le popolazioni. E’ vero che l’hai incontrato in Namibia? Racconta.

Vero. Ho visto con i miei occhi vecchie donne di etnia Herero raccogliere il grano caduto dai camion dei caschi blu che scortavamo ai mulini della FAO. Ogni singolo pugno di farina strappato al fato rappresentava la risicata sopravvivenza per una minoranza di pastori in una nazione soggetta a siccità e, in quel periodo (fine anni ‘80) guerra. Oggi ci sono meno guerre eclatanti ma c’è per esempio il land-grabbing, l’acquisto di vasti appezzamenti di terreno da parte delle nuove potenze, tipo la Cina, per aumentare i raccolti ma scacciando i vecchi abitanti. Il land-grabbing è una delle cause meno conosciute di povertà in Africa attualmente. Lo sfruttamento dei paesi ricchi è costante e non è mai mutato, neanche con la presunta fine del colonialismo. Tutto ciò per non tacere dello sfruttamento minerario e il mutamenti climatici che nei prossimi decenni acuiranno le ondate migratorie.

Nella narrativa, c’è qualcuno che l’ha raccontata davvero l’Africa?

Autori africani, senza dubbio. Tra le voci più interessanti che ho incontrato ti cito ‘Americanah’ di Chinua Achebe, ‘Aspettando il voto delle bestie selvagge’ di Ahmadou Kourouma e, citando anche la mia esperienza, ‘Moffie’ di André Carl van der Merwe.

Insomma, di certo non il commerciale Wilbur Smith, ecco.

(FINE PRIMA PARTE)

 

Chi è Fabrizio Borgio:

astigiano, è scrittore e sceneggiatore di narrativa noir, gialla e fantiastica, ora pubblicato da F.lli Frilli Editori.

E’ stato sergente di cavalleria nelle zone calde dell’Africa, è volontario della Croce Rossa e ha uno spiccato senso della partecipazione alla vita sociale; oggi si gode la tranquillità delle colline del suo Piemonte e si occupa di grande distribuzione, oltre naturalmente a scrivere romanzi.

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