La filosofia di chi non legge. (Trilogia sulla non-lettura, pt.1)

(di Vincenzo Maimone)

“Perché non legge chi non legge?”

Non si tratta di una mera curiosità da intellettuale sfaccendato, né tanto meno un espediente da snob da salotto adottato con spocchia per distinguersi dalla massa. Al contrario si tratta di una questione estremamente seria, i cui riflessi sotto il profilo politico, sociale ed economico stanno già esercitando i loro perniciosi effettiL’ignoranza è anche un potente catalizzatore della violenza razziale e della discriminazione in generale. Si tratta di un legame che non può e non deve essere sottovalutato.

La palude di ignoranza entro cui si è impantanata la società contemporanea, a mio avviso, costituisce il nodo problematico fondamentale,  cioè la presenza di una ben precisa immagine della realtà che ha finito con il legittimare e rafforzare la disaffezione e l’idiosincrasia nei confronti della lettura.

Detto altrimenti, ciò che intendo sostenere è che in un mondo che ha eletto “l’istantaneità” a paradigma di riferimento, la lettura rappresenti una pratica assolutamente incompatibile o addirittura deleteria: una vera e propria minaccia alla frenetica e artificiale costruzione del mondo.

Secondo questa interpretazione, l’istante costituisce, dunque, l’unità di misura attraverso cui deve essere operata ogni valutazione circa il nostro grado di felicità. Tale criterio prescrive che quanto più l’intervallo tra il desiderio (qualunque esso sia) e la sua realizzazione si approssima allo zero, tanto più la nostra vita può dirsi felice e realizzata, almeno per un istante.

Si tratta di una visione estrema e banalizzante del celebre “Carpe Diem oraziano. I pasdaran del “cogliere l’attimo”, infatti, vivono, o quanto meno sono convinti di farlo, in uno stato di perenne eccitazione desiderante, di inesauribile bulimia del desiderio. Una ricerca compulsiva della novità che, tuttavia, non prevede alcuna riflessione, interiorizzazione e, soprattutto, nessuna necessità di conservarne la memoria. Ed è in questo aspetto che consiste la trivialità della falsificazione del monito oraziano.

Cogliere l’attimo nella sua interpretazione autentica, significa, infatti, individuare, riconoscere, e soprattutto comprendere l’essenza di quell’attimo vitale. Ciò che si chiede è di godere del momento e farlo proprio, ovvero, trasformarlo in un’esperienza vivida e in conoscenza utile a rendere la vita migliore e degna di essere vissuta. Al di fuori di questa interpretazione ciò che resta è solo una concezione vuota che si limita a fagocitare e disperdere come scorie inutili, come scarti le esperienze vissute.

Schopenhauer, quindi, non aveva poi tutti i torti nel definire la vita come una continua oscillazione tra il dolore e la noia.

La filosofia di chi non legge si inserisce in questa cornice. Il bestiario che ne viene fuori è quello disarmante che caratterizza buona parte della fauna umana che ci circonda: dalle comparse negli studi televisivi ai cercatori di fama da reality show, dagli editorialisti di bufale ai pragmatici  secondo i quali con la cultura non si mangia.

Il paesaggio contemporaneo assomiglia per molti versi a un incubo distopico. Il quadro appena descritto è accostabile alla società narrataci da Bradbury in un libro che, non a caso, parla di libri: libri diventati pericolosi elementi di destabilizzazione sociale, poiché incompatibili con l’artificiale armonia di una società resa perfetta fittiziamente e attraverso il ricorso a metodi coercitivi.

Perché in fin dei conti, il valore della lettura consiste proprio in questo: leggere è un atto rivoluzionario. E lo è poiché ci spinge a rivedere le nostre convinzioni, a comprendere, in molti casi anche a criticare, ma mai ad accettare passivamente lo stato delle cose.

L’atto di leggere ha in sé l’onere della responsabilità che è proprio dell’agire (in senso aristotelico).

La filosofia di chi non legge conduce in una sola direzione: la schiavitù.

Rinunciare alla conoscenza – e la lettura è, quasi sempre, uno strumento fondamentale per  la comprensione del mondo – significa rinunciare all’autonomia della ragione e votarsi conseguentemente, come direbbe Kant, ad un perenne stato di minorità.

Chi è Vincenzo Maimone

(Messina, 1970) si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Messina. È Ricercatore in Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania. È autore di vari saggi e articoli su riviste scientifiche e della monografia La società incerta. Liberalismo, individui, istituzioni nell’era del pluralismo (Rubbettino, Soveria Mannelli 2002). Ha pubblicato quattro romanzi, Un nuovo Inizio (Sampognaro e Pupi, 2009) selezionato come semifinalista al Premio Scerbanenco; L’ombra di Jago (Sampognaro e Pupi, 2011); La variabile Costante (Fratelli Frilli Editori, 2014), romanzo finalista al “Tolfa Gialli & Noir 2015” e vincitore del “Premio Romiti 2015 – Sezione Scrittori Emergenti”; Sicilia Terra Bruciata (Fratelli Frilli Editori, 2016). È appassionato di cucina e ama andare in giro in sella alla sua Harley Davidson.

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