Papillon, una parte di noi. O no?

( di Dario Villasanta)

Ieri sera ho visto un documentario sulla storia di Papillon, il celeberrimo romanzo di Henry Charrière che narra della sua (supposta?) detenzione nella Guyana Francese, in condizioni disumane e della sua incrollabile fede nella possibilità di fuggirne.

Lo ricorderete tutti nel film con Steve Mc Queen e Dustin Hoffmann, che pure non la dice tutta: nel romanzo vi sono capitoli e parti che nella pellicola non appaiono, ma di grande importanza di trama e valenza umana e, anzi, a volte ancor più toccanti di altre. Il suo incontro con le donne della tribù, che lo accolse come uno di loro, e che lui lasciare pur potendoci vivere sicuro in eterno, è una parte di storia che la dice lunga sul personaggio Papillon.

Nel documentario il motivo centrale era: verità o finzione? E allora studiosi, appassionati, ex legionari e detenuti in Guyana che saltavano fuori negli anni a dire la loro, ma tutti hanno concordato su una cosa: sia che Charrière avesse raccontato di sé o di altri, ha regalato a tutti una storia avvincente dello spirito che vince sulle sofferenze e i soprusi. La voglia di evadere, di non starci mai, di non cedere a niente e a nessuno che si ritenga ingiusto oppressore (lui scrisse di essere stato condannato ingiustamente, ricordiamolo) e la vittoria della propria dignità sui mali del mondo.

Domanda: quanti libri oggi ci offrono un Papillon?

Quali e quanti ci insegnano a non mollare, a dire ‘basta!’ a un sistema sì più grande di noi, ma ingiusto? E quanti di noi si sentirebbero ancora desiderosi se non capaci di essere dei ‘Papillon‘ (o dei Don Quijote, fate voi) nel mondo odierno?

Ci stanno schiacciando tutti da sempre e lo sappiamo da sempre, oggi più di ieri e meno di domani.

C’è chi afferma che i Social Network deresponsabilizzino perché basta scrivere qualcosa e passa la voglia di scendere in piazza (Paolo Barnard, che apprezzo, è uno di costoro); c’è chi ci vede conigli perché “finché ha un piatto di pasta, le puttane e le partite di calcio, l’Italiano se ne frega” (cit. mio padre trent’anni fa) e chi, come Montanelli, diceva – citando altro personaggio: “l’Italiano è senza memoria, e un popolo che non ha  memoria del proprio passato non può avere un futuro”.

Ora, tra tutte queste riflessioni, qual è la vostra?

La mia è una sola: che per trovare, tentare e farsi portare dalla ‘settima onda’ (quella che lo portò via dall’Isola del Diavolo) c’è bisogno di qualcosa di forte che lotti in noi.

L’abbiamo ancora? Non l’abbiamo più? Non l’abbiamo mai avuto?

Non sta a me dirlo, ma Papillon rimane nel mio cuore di povero illuso, che non smette di amareggiarsi per un mondo che non riconosce, e non vuole riconoscere, né come suo né come il migliore da poter vivere.

E peggio per me.

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