Siamo ancora moschettieri? Come i libri insegnavano l’amicizia

couv-grand-meaulnes(di Dario Villasanta)

Di libri che mi hanno raccontato l’amicizia ce ne sono stati tanti, in quella ‘terra di mezzo’ che fu la mia adolescenza. Ancora indeciso tra l’essere e il non essere, andavo cercando cime maestose quanto candide da raggiungere un domani, quando fossi stato grande. Avevo però già una certa consapevolezza di covare in me un valore, discusso da sempre e risolto mai, che era ed è l’amicizia.

L’incontro con romanzi come Il grande Meaulnes di Alain Fournier (per me, più  da ricordare di altri perché unico suo romanzo, dato che morì in guerra subito dopo) è stato folgorante, poiché sanciva i termini sacrali ancorché caduchi dell’essere amici, nel modo in cui già sentivo di intenderlo io.

Saranno stati altri tempi, per carità, ma lealtà e vicinanza nei momenti difficili ne sono sempre rimasti capisaldi imprescindibili. Se andiamo a vedere in epoche meno lontane, anche la tetralogia di Zafòn ripercorre gli stessi, fanciulleschi sentieri sull’amicizia, e conferisce lo stesso valore che anche noi allora conferivamo a quelle ‘promesse terribili’ , sancite nei nascondigli più bui tetri e introvabili, spesso più per la nostra immaginazione che non per la previdente attenzione dei pazienti genitori di turno. Segno che, probabilmente, se oggi mi sento un po’ spaesato da questo punto di vista ho ben ragione di credere che non sia un mio anacronismo, ma forse una tendenza odierna a sbiadire i legami quella che ci porta a vivere vicini o lontani in egual  maniera, senza scossoni emotivi di sorta, roba che un tracciato da ECG risulterebbe senza differenze di monotonia  in entrambi i casi.

marina_1317135768pAvevo poi tredici anni quando aprii le pagine de L’idiota di Dostoevskij, romanzo che di amicizia in senso stretto non trattava, ma che come tutti gli ottocenteschi di quel calibro riteneva scontato che i legami, cavolo quelli sì,  fossero legami, o il nulla assoluto. Con una persona, uno scopo, una vendetta o altro ancora, ma c’era una strada ben chiara da seguire.  Amore, odio, amicizia, o altri fattori che li determinassero avevano ben poca importanza: la promessa era con te stesso, che ti piacesse o meno, oltre che con gli altri, che ti piacessero o meno, e mortale peccato e ignominia eterna sarebbe stato l’infrangerla. Come quando, per intenderci, ci si dava appuntamento telefonico da una settimana per l’altra, alla tal ora e al tal giorno (non c’erano i cellulari ma i telefoni a gettoni attaccati al muro, magari a un chilometro a piedi da casa) e non rispettarlo era da cafoni imperdonabili, roba da dire in giro ad amici e conoscenti e rovinare una reputazione.

Poi è vero, con gli anni si cambia e cambia anche l’amicizia. Se a tredici o quindici anni avevamo necessità di sentirci o vederci tutti i giorni per poterci definire amici, da quarantenni e oltre è ben diverso. Noi ‘vecchietti’ diamo importanza alla qualità, non alla quantità, e sarà per questo che, dai: quante volte ci è capitato di ritrovare dei vecchi amici, cambiati finché vi pare dopo un sacco di tempo e di cui non sapevamo più nulla da anni, ma di vivere la sensazione precisa che non sia passata più di una settimana dall’ultima volta che ci siamo riabbracciati? Un po’ come Vent’anni dopo, il sequel di Dumas a I tre moschettieri: Athos, Porthos e Aramis sono ben diversi dai tempi della prima, leggendaria avventura insieme, anzi alcuni sono addirittura frondisti e hanno idee e speranze ideologiche ben differenti dal sempre focoso D’Artagnan. Athos si è addirittura fatto abate, mi sembra.  Ma alla prima occasione di conciliare e unire le loro forze, ‘uno per tutti e tutti per uno’, come allora, e nulla conta più.

16735944_1306138369446523_1881532470_nE noi? Noi uguali, benché diversi, ci aggrappiamo certe volte ai ricordi come fossero l’ultima spiaggia, altre volte lasciamo parlare le nuove vite che si incontrano. Ma siamo ancor oggi capaci di voler bene agli amici di un tempo, per quante scelte contrarie alle nostre abbiano compiuto nel frattempo? E abbiamo ancora la freschezza che ci consentiva di aprirci ad altri, nuovi affetti amicali senza mal di pancia?

Mi sembra tutto sbiadito, in dissolvenza, la tendenza è di chiudersi nell’orticello che già abbiamo e sbarrare il cancelletto, e poco importa se sono rimaste poche piantine, magari anche avvizzite, da godere.

Volersi bene è una fatica,  non può valere solo quando si percorre la stessa strada, perché l’animo umano sa andare oltre. Il resto, è solo incidentale frequentazione per un frettoloso, quanto insipido consumo di rapporti

 

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